Abbiamo visto come funziona la neurodiversità al lavoro, in teoria.
Ora mettiamo la neurodiversità in pratica.
In questo secondo articolo voglio provare a proporre strategie differenti che tengano conto della neurovarietà umana (il primo lo trovi qui).
Buone pratiche e possibilità che potrebbero, con un minimo investimento
in termini economici e di sforzo, cambiare, in meglio, il modo di
lavorare di ognuna e ognuno di noi.
Se non ti va di leggere questo articolo, puoi ascoltarlo.
Non sono una lettrice ad alta voce professionista, mi scapperà qualche papera e devo ancora trovare gli strumenti giusti.
Ma sto con quello che c’è. E spero possa esserti utile.
Siamo tutte neurodiverse, neurodiversi, neurodiversə.
E questo, sul lavoro, può essere un’occasione magnifica per sperimentare. E crescere (anche nel fatturato).
Per essere concreta, ho immaginato situazioni reali che si affrontano in un contesto lavorativo e ho riordinato le buone pratiche che ho sperimentato in base al contesto. Nulla osta di provare le stesse strategie in contesti differenti, mischiarle, sommarle: in fondo, la varietà, non può essere categorizzata all’infinito e nemmeno le vie che possiamo utilizzare per starci insieme. E bene.
UNA STANZA TUTTA PER SÉ
Virginia Woolf lo ha scritto ben prima di me: per poter lavorare bene, vivere bene, amare bene, ci vuole una stanza tutta per noi. Certo, ne parlava in riferimento alle condizioni femminili, alle donne che in casa potevano trovare spazio solo in cucina, uno spazio che vive e nutre tutta la famiglia.
Ma lo abbiamo sperimentato durante la pandemia: abbiamo spostato mobili, riorganizzato spazi, rivisto la disposizione delle camere. Solo per poter avere degli spazi più nostri, personali, in cui poter lavorare in pace.
Poter avere, anche sul luogo di lavoro, una stanza in cui diminuire gli stimoli, riposare, alleggerire la fatica di contatti sociali continui, è un investimento importante che può contribuire moltissimo alla salute mentale di ogni persona (non solo neurodivergente!).
Neurodiversità, in pratica
Quindi, possiamo:
- destinare una stanza dell’ufficio a questa funzione: è importante che sia priva di stimoli ambientali e sensoriali forti (elementi di arredo con colori accesi, luci troppo forti, rumori) e lontana da stanze di passaggio (bagni, stanze con fotocopiatrici, sale riunioni)
- organizzare lo spazio per creare un angolo di “decompressione”, dove riposarsi dagli stimoli forti che si possono ricevere al computer o durante le interazioni. È importante che sia uno spazio riconoscibile e chiaro, affinché le persone possano utilizzarlo senza essere disturbate o interrotte per nessun motivo (eccetto i casi di vita e di morte, ma le urgenze, tendenzialmente, non sono mai così urgenti!)
- rendere questa stanza sempre accessibile, perché sia una spazio vissuto autonomamente e liberamente, alla bisogna. Potrebbe essere anche utile chiedere a chi lavora in ufficio quale stanza preferirebbe, in quale luogo si sente di potersi rilassare e rilasciare. Spesso infatti, in mancanza di spazi adatti, tendiamo a ricrearcene uno “raffazzonato”. E coinvolgere i team nella progettazione potrebbe essere un modo per lavorare, bene e insieme, sull’appartenza.
“Fai questo, fai quell’altro”
Dare ordini non è quasi mai una buona idea. Ma dare indicazioni precise e contestualizzate, funziona quasi sempre. Spesso infatti le persone neurodivergenti hanno bisogno di indicazioni precise di tempi, obiettivi e processi. In fondo, se ci pensi, è quello di cui potresti aver bisogno anche tu.
A volte tendiamo a dare per scontato passaggi che per noi sono assodati, tempi di consegna che per noi sono normali, obiettivi che abbiamo chiari in mente ma magari non abbiamo condiviso a dovere.
Di fronte ai tanti stimoli ricevuti, le persone ADHD fanno fatica ad assegnare le priorità. Le persone autistiche, per potersi dedicare a progetti nuovi, hanno bisogno di informazioni nel dettaglio. Avere un contesto chiaro e una visione di insieme di tutta la procedura, con relative tempistiche e criticità, è necessario per le persone ansiose.
In molti casi quindi esplicitare il contesto (chi fa cosa e come), le scadenze (non un generico poi, quindi, a breve), e l’obiettivo ultimo diventa un modo per sostenere chi lavora insieme a noi a gestire l’operatività, a organizzare il proprio tempo e a fare quello che serve, quando serve.
Neurodiversità, in pratica
- ogni volta che hai bisogno che una persona faccia qualcosa con o per te, esplicita il contesto. Lo spiega spesso anche Mariella Borghi quando parla di Intelligenza Artificiale: più informazioni di contesto dai, più otterrai dei risultati
- esplicita anche condizioni e tempistiche: così otterrai un doppio successo, confortare e limitare le ansie legate al fare qualcosa di nuovo e stimolerai anche chi ha bisogno di una motivazione per smuoversi (le persone ADHD amano le sfide e spesso sono competitive)
- crea un template dei tuoi processi di lavoro o delle checklist che possano aiutare a spezzettare il compito in parti più facilmente sostenibili. In questo modo ogni persona potrà ridurre il tempo di attenzione e concentrarsi su un passaggio alla volta, senza sovraccaricarsi emotivamente.
I momenti sociali
Qui cascano spesso un sacco di asini. Eppure gli asini sono animali intelligentissimi, che si impuntano alacremente quando sono in difficoltà, trasportano tanti pesi anche in situazioni impervie. Insomma, come ha ricordato Karin Barbarossa in un suo speech recente sulla Compagnia degli Asinelli (appena ci sarà il link al video, lo aggiungo qui), se casca un asino vuol dire che qualcosa ci sta sfuggendo di mano.
Le interazioni sociali sono faticose, dedicare cura alle relazioni è un lavoro, spesso poco valorizzato. Per una persona neurodivergente questa fatica potrebbe sommarsi a tante altre.
Ecco perché i momenti di interazione potrebbero rappresentare un affaticamento ulteriore e farci finire tutti, ma proprio tutti i cucchiai che abbiamo (ne scriverò a breve, intanto, se non la conosci, puoi approfondire la teoria dei 12 cucchiai qui).
Neurodiversità, in pratica
Per interagire in maniera meno faticosa, potremmo prestare attenzione:
- ai turni di parola, invitando a partecipare alla conversazione chi fa fatica a trovare il momento per inserirsi, creando un’occasione, senza pressione. Potremmo anche invitare chi partecipa alla conversazione a rispettare i turni di parola altrui, quando ci accorgiamo che manca questa sensibilità
- agli argomenti. Possiamo scegliere temi che siano interessanti per la persona a cui ci rivolgiamo (le persone autistiche hanno interessi assorbenti, spesso manifesti): questo è un modo per poter entrare in relazione e alleggerire la fatica dell’interazione
- ai luoghi e ai tempi, perché comunichiamo sempre con un’altra persona, in un certo tempo e in un certo luogo. Ho lavorato con molte persone ADHD e mi ha stupito molto vedere come cambiare gli orari di alcune riunioni in altri momenti della giornata avesse completamente cambiato la modalità di partecipazione. Chiedere in quali orari è meglio discutere di determinati argomenti è un modo molto rispettoso di avere cura dell’altra persona.
Nell’articolo precedente ho raccolto ancora qualche buona pratica: le comunicazioni semplici, concise, funzionano meglio e, come puoi vedere, su questo posso sempre tanto migliorare.
Se hai in mente strategie, buone pratiche o commenti e ti va di condividerli con me, puoi scrivermi su LinkedIn oppure via mail a ciao@saracremaschi.com
Ti ascolterò a orecchie e cuore aperto.
Che tu possa riconoscere cosa funziona per chi lavora insieme a te,
e trovare un modo per stare bene, insieme.
Anche al lavoro.
Io sono Sara Cremaschi e mi occupo di produttività consapevole e diversità cognitiva. Entro nei contesti dove “si è sempre fatto così” e porto altri modi di pensare, decidere, lavorare.
Lo faccio con simulazioni, formazione esperienziale e una cura testarda per tutto ciò che è invisibile ma reale. Sono anche LinkedIn Top Voice.
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