Capire perché il lavoro si blocca anche quando le persone sono brave è una domanda importante per chi si occupa di processi, benessere e cultura organizzativa.
Ero piccola, piccolissima, ma mi ricordo bene il Milan di Sacchi, il Napoli di Maradona e poi, invece, lo scudetto 1990-91 vinto dalla Sampdoria di Vialli e Mancini. Insomma, la squadra migliore, quella piena di campioni, spesso è quella che vince nei pronostici, ma non sempre nella realtà.
Ecco oggi voglio parlare proprio di questo: di come a volte i dream team sulla carta, poi nella realtà non riescano sempre a essere funzionali perché l’ecosistema organizzativo in cui agiscono non li supporta.
Di come la competenza tecnica da sola non basta: diventa un vantaggio solo se viene accompagnata, nutrita e sviluppata dall’ecosistema organizzativo.
Per chi si occupa di cultura organizzativa, benessere e persone, non è solo teoria: qui entrano in gioco il rischio organizzativo, la dipendenza da persone chiave, il carico invisibile che si scarica sui team, la qualità del clima e, nel tempo, anche la retention.
Se non ti va di leggere questo articolo, puoi ascoltarlo.
Non sono una lettrice ad alta voce professionista, mi scapperà qualche papera e devo ancora trovare gli strumenti giusti.
Ma sto con quello che c’è. E spero possa esserti utile.
La registrazione dura circa 17 minuti.
Quando il lavoro si inceppa, cerchiamo subito il colpevole sbagliato
Quando un progetto rallenta, una consegna torna indietro o un’attività resta ferma per giorni, il riflesso è quasi automatico: cerchiamo chi ha sbagliato.
In pochi minuti il problema ha già un nome, un volto: una responsabilità individuale che sembra spiegare tutto. È una lettura comoda, rapida e certamente rassicurante.
Solo che spesso è una risposta troppo semplice, che non tiene conto del contesto organizzativo nel suo insieme.
Nel lavoro collettivo i blocchi raramente nascono da una sola persona. Più spesso nascono nei punti di passaggio, nei raccordi tra un ruolo e l’altro, nei criteri che nessuna persona ha mai scritto ma che qualcunə si aspetta vengano rispettati lo stesso.
Nascono quando i flussi sono progettati male e scaricano sulle persone il lavoro di tenere insieme ciò che non è abbastanza chiaro. E quando il funzionamento di un processo di lavoro si basa sulle competenze e le informazioni di una sola persona, be’ questo è un problema (e può diventare una tragedia quando questa persona se ne andrà).
E non si tratta di un problema meramente organizzativo ma relazionale: l’organizzazione è fatta di aspettative, fiducia, scambi, possibilità di chiedere chiarimenti senza incrinare il clima di lavoro.
Perché è vero, la responsabilità personale esiste, ma non spiega tutto. Questo vale per tuttə, ma pesa ancora di più quando il contesto costringe alcune persone a uno sforzo continuo di adattamento, come succede alle persone neurodivergenti.
Guardare il sistema è l’unico modo per capire che cosa succede davvero: dove si perdono informazioni, dove le decisioni restano in sospeso, dove ogni attività viene reinterpretata da capo, dove il lavoro si inceppa perché non è stato progettato abbastanza bene.
Ed è proprio lì che il lavoro comincia a bloccarsi.
Persone competenti, risultati fragili: perché succede
Si può avere un team pieno di persone preparate, attente, generose, capaci di assumersi responsabilità e ottenere comunque ritardi, rifacimenti, rallentamenti, continue richieste di chiarimento, decisioni che slittano, attività che restano in sospeso per mesi. Non perché manchino competenze, ma perché il sistema che dovrebbe coordinarle non funziona.
La bravura individuale funziona finché non deve continuamente supplire a ciò che manca. Se ogni volta bisogna capire da zero cosa serve davvero, quale sia la priorità reale, chi debba approvare, dove si trovi il materiale corretto, in che formato vada consegnato un documento, allora una parte enorme del lavoro non è più lavoro: è orientamento. È recupero. È interpretazione.
A quel punto anche le persone più brave iniziano a lavorare in difesa. E a sentire il peso del disordine organizzativo che le circonda.
Tengono insieme pezzi che dovrebbero stare in piedi da soli.
Ricordano informazioni che dovrebbero essere tracciate e archiviate secondo criteri condivisi.
Fanno da ponte tra ruoli che non si coordinano in modo chiaro.
Assorbono ambiguità e urgenze per evitare che tutto si fermi.
Da fuori sembrano persone molto efficienti. Da dentro, spesso, stanno solo tenendo insieme tutto, sprecando moltissima energia cognitiva.
Il problema è che i sistemi fragili sembrano funzionare finché non cambia qualcosa. Basta una persona assente, una scadenza anticipata, un’informazione mancante, un criterio interpretato in modo diverso e il lavoro si ferma o perde qualità.
E questo ha un costo altissimo. Ma è anche un rischio che possiamo contenere, se impariamo a guardarlo per tempo.
I segnali che mostrano che il problema è nel flusso di lavoro
Capire se il problema è nel flusso e non nelle persone è possibile. Bisogna però smettere di guardare solo il risultato finale e iniziare a osservare i segnali che si ripetono.
Il primo segnale
Si perde troppo tempo a capire chi deve fare cosa. Non parlo dei casi eccezionali, ma della fatica quotidiana fatta di messaggi, chiarimenti, solleciti, mini allineamenti, telefonate improvvisate per ricostruire passaggi che dovrebbero essere già chiari.
Il secondo segnale
Chi riceve un’attività non sa bene cosa aspettarsi. Non sa in che formato arriverà, con quale grado di completezza, con quali criteri sia stata preparata, né cosa dovrà farci subito dopo.
Il terzo segnale
Chi consegna lavora “a modo suo”, non per superficialità ma perché nessuno ha reso davvero esplicito che cosa serve a chi riceve. Così due persone entrambe competenti finiscono per bloccarsi non perché una delle due lavori male, ma perché lavorano su aspettative diverse senza coordinarsi.
Il quarto segnale
La dipendenza da una sola persona. È quella che sa sempre dove trovare il file giusto, ricorda il criterio corretto, sblocca i punti morti con la sua intraprendenza. Finché c’è, il sistema sembra funzionare. Appena manca, ci si accorge che più che un flusso condiviso c’era una memoria individuale molto allenata.
Il quinto segnale
Il coordinamento diventa un secondo lavoro. Invisibile, oneroso, raramente riconosciuto. Non è il lavoro per cui le persone sono state assunte, ma senza quel lavoro il resto non si muove.
Quando questi segnali compaiono insieme, o tornano con regolarità, è utile fermarsi. Probabilmente non stai guardando persone sbagliate. Stai guardando un flusso di lavoro che chiede troppe interpretazioni, troppe correzioni e troppa energia per funzionare bene.
E non dirmi che “si è sempre fatto così”: quello che ha sempre funzionato ora potrebbe non funzionare più.
Quanto costa un flusso di lavoro progettato male
Un flusso progettato male ha un costo alto: in termini di tempo, qualità, denaro, energia mentale e relazioni.
Costa tempo
Perché le attività si allungano. Si rincorrono informazioni, si rifanno passaggi, si ricontrollano materiali, si convocano call solo per capire a che punto si è e che cosa manca ancora.
Costa qualità
Perché aumenta la probabilità di errore. Non solo l’errore tecnico, anche l’errore di priorità, di interpretazione, di timing, di coordinamento. Quando i criteri non sono chiari, le possibilità di fraintendimento crescono e il lavoro diventa più fragile.
Costa relazioni
Perché la mancanza di chiarezza si traveste facilmente da altro. Diventa disattenzione, scarso impegno, incompetenza, poca collaborazione: etichette e giudizi che attacchiamo sulle persone e che magari dipendono proprio dal contesto che non le sostiene. Così un problema strutturale viene letto come un problema personale, e il clima si appesantisce.
Costa denaro
Anche se spesso questa voce non compare da nessuna parte, un processo che produce duplicazioni, straordinari, ritardi, dipendenza da persone chiave, perdita di conoscenze quando qualcuno se ne va, be’, ha un costo economico reale. Lo vedi nelle ore di straordinario pagate, nelle penali per i ritardi, negli sconti concessi ai clienti, nel tempo assorbito dalle contestazioni, ma anche nel tasso di assenteismo e turnover.
Costo cognitivo
Ma c’è un costo che continua a essere nominato troppo poco, ed è quello cognitivo. Potremmo anche chiamarlo costo cognitivo del disordine: una parte crescente della giornata viene assorbita non dal fare bene il lavoro, ma dal tentativo di orientarsi (capire cosa conta, decidere in condizioni poco chiare, rientrare nel focus dopo ogni interruzione, ricordare criteri non scritti, aggiustare errori evitabili).
Quando questo stato si prolunga, non siamo più dentro una fatica utile, ma dentro uno sforzo che logora. Perché un po’ di stress buono serve, ma alla lunga diventa nocivo.
Un flusso fragile può sembrare tollerabile a lungo, soprattutto se ci sono persone bravissime a tenerlo insieme. Ma proprio questa capacità di compensazione rischia di nascondere il problema, finché il prezzo non diventa troppo alto.
Le domande giuste da fare prima di cambiare le persone
Quando il lavoro si blocca, cambiare persona può sembrare la soluzione più rapida: tolto il colpevole, tutto tornerà a funzionare. No?
Prima conviene fare un passaggio in più: porre domande migliori.
Per esempio.
- Che cosa arriva a questa persona, da dove arriva e in che formato?
- Quali informazioni le servono davvero per lavorare bene?
- Quali criteri usa per decidere se una cosa è pronta, corretta, urgente, sufficiente?
- Che cosa succede prima del suo passaggio e che cosa succede subito dopo?
- Dove il lavoro si ferma, torna indietro, cambia forma, perde pezzi?
Sono domande semplici solo in apparenza. In realtà spostano l’attenzione da una valutazione della persona a un’osservazione concreta del sistema.
Spesso le soluzioni iniziano a comparire proprio in queste risposte. Non perché basti chiedere alle persone che cosa fare, ma perché chi abita quel lavoro tutti i giorni vede cose che da lontano restano invisibili: il punto in cui il flusso cade, l’informazione che manca sempre, l’ambiguità che costringe a rincorrere chiarimenti, o il criterio che andrebbe scritto nero su bianco una volta sola invece di essere spiegato ogni settimana.
Da dove partire per sbloccare il lavoro collettivo
Quando ci si accorge che il problema è nel flusso, la tentazione opposta è rifare tutto da capo. Una ristrutturazione completa che promette ordine e aggiunge solo un’altra grande fatica.
Non serve partire da rivoluzioni enormi. Serve partire da ciò che oggi produce più rischio. Un passo alla volta.
Il primo passo è rendere visibile il flusso reale
Non quello raccontato nei documenti formali, ma quello che le persone praticano davvero ogni giorno. Chi passa cosa a chi. In quale momento. Con quali margini di autonomia. Con quali punti di incertezza.
Il secondo passo è nominare i raccordi
I passaggi tra ruoli, team, funzioni, momenti del lavoro. È lì che spesso la chiarezza si sfilaccia, l’attesa si accumula e il lavoro torna indietro.
Il terzo passo è definire e scrivere i processi di lavoro
Non tutto, non in modo burocratico, non con l’illusione che una procedura possa risolvere ogni cosa e rimanere fissa nel tempo. Ma quel tanto che basta per ridurre interpretazioni inutili, dipendenze personali e spreco di attenzione.
Il quarto è chiarire responsabilità e margini decisionali
Chi può decidere cosa. Entro quali confini. Con quali tempi. Con quali eccezioni, se qualcosa si blocca e bisogna decidere in maniera tempestiva.
Il quinto è aggiornare tutto il sistema
Perché un flusso che funzionava sei mesi fa può non essere più adatto oggi. Le persone cambiano, gli strumenti cambiano, le priorità cambiano, il contesto cambia. E un sistema che non si aggiorna finisce per appoggiarsi sempre di più sulla fatica delle persone che lo abitano.
Creare nuove radici
Mentre scrivo, penso a un albero centenario che ho fotografato tempo fa in Sicilia, quando sono andata a trovare Santina Giannone. Dai rami scendono lunghe propaggini che, una volta toccato il terreno, diventano nuove radici. Mi sembra un’immagine molto precisa di ciò che succede nei team che funzionano bene: nel tempo costruiscono nuovi punti di appoggio, distribuiscono il peso, rafforzano il terreno in cui lavorano. Ci vuole tempo, certo. Ma quando un sistema attecchisce davvero, poi regge meglio il peso del lavoro, i cambiamenti e persino le assenze.
Ecco perché sbloccare il lavoro collettivo non vuol dire irrigidire tutto. Vuol dire aumentare la chiarezza dove oggi stai chiedendo alle persone uno sforzo inutile di decifrazione e orientamento. Vuol dire creare nuove radici, non far reggere tutto a una sola.
Prima di sostituire una persona, guarda il sistema di lavoro
Ci sono contesti in cui cambiare una persona diventa necessario. Sarebbe ingenuo negarlo.
Ma ci sono anche molti casi in cui la sostituzione arriva troppo presto, come risposta rapida a un problema che continuerà a ripresentarsi.
Ed è qui che vale la pena fermarsi.
Prima di concludere che il problema sia individuale, conviene guardare il sistema.
Perché quando il lavoro si blocca anche se le persone sono brave, molto spesso sei davanti a un segnale.
Un segnale che ti sta dicendo che il flusso va osservato meglio, scritto meglio, alleggerito meglio, progettato meglio.
E forse è proprio da lì che conviene partire: non dal giudizio su chi lavora, ma dalla qualità dell’architettura che dovrebbe permettere a quella persona di funzionare bene e al lavoro di essere svolto bene.
Perché un buon sistema di lavoro, in fondo, non serve solo a evitare blocchi ma a creare continuità, memoria condivisa, capacità di resistere e funzionare anche quando qualcosa cambia. Per questo penso ancora a quell’albero centenario: ai suoi rami che scendono e diventano nuove radici.
Un team che funziona bene somiglia proprio a questo abero: non si regge solo sulle persone più forti o più competenti, ma nel tempo costruisce sostegno condiviso e restituisce valore al contesto in cui cresce.
Io sono Sara Cremaschi e mi occupo di produttività consapevole e diversità cognitiva. Entro nei contesti dove “si è sempre fatto così” e porto altri modi di pensare, decidere, lavorare.
Lo faccio con simulazioni, formazione esperienziale e una cura testarda per tutto ciò che è invisibile ma reale. Sono anche LinkedIn Top Voice.
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