Avere cura con attenzione è un’intenzione che pratico nel quotidiano: è un modo che ho trovato che mi permette, a fine giornata, di dirmi l’unica cosa che può farmi dormire sogni tranquilli. Che ho fatto il possibile con quello che c’è.
He sì, perché i programmi spesso non restano come li avevo pensati, qualche incombenza arriva tra capo e collo e a volte sapersi adattare al momento è una dote da non sottovalutare.
Per prepararmi all’intervista di RipartiAmo con Paola Triaca (se vuoi vederla, trovi il link in fondo a questo articolo), mi sono resa conto di come cura e attenzione siano due qualità che non solo io ho incarnato. Non solo nel senso proprio di dar loro corpo, tramite la mindfulness, ma anche di come abbiano in comune molti aspetti e di come possano esssere espressione del mio vivere sociale.
Quanto la mia ricerca introspettiva ha a che fare con il mio lavoro?
Questa era la sfida che Paola mi aveva lanciato durante la nostra ultima intervista assieme (quella sul BuJo, la recuperi qui). Sarò breve: tanto. Così tanto, che è diventato il modo in cui tendo a differenziarmi (non per niente mi definisco assistente virtuale mindful). Per me è stata una scelta naturale: ho lavorato quasi dieci anni nel sociale e avere cura e coltivare l’attenzione sono due modalità che mi hanno accompagnato nella mia professione da educatrice e di cui faccio tesoro tutt’ora nel mio lavoro. Nella relazione con chi collabora con me.
He sì, perché cura e attenzione succedono nella relazione: per prima cosa nella relazione più importante e duratura che possiamo avere, quella con noi stess3. Spesso ci dimentichiamo di come il nostro corpo abbia un modo tutto suo di dimostraci un malessere: andiamo avanti, tiriamo, stiriamo, allunghiamo. E alla fine ci stracciamo. Avere cura di noi è forse la premessa di qualsiasi relazione di cui avere cura: non possiamo dedicare cura e attenzione a un’altra persona se per prim3 non troviamo il tempo e la dedizione per indirizzare queste qualità verso di noi.
Altra piccola premessa: mi piacere parlare di “avere cura” e non di “prendersi cura” perché nel primo caso mi sembra chiaro come ci sia un soggetto intenzionale che riconosoco di fronto a me e di cui ho cura, mentre nel secondo caso ci trovo una sfumatura un po’ paternalista. Io mi prendo cura di te, mi sostituisco a te, so cosa ti serve e te lo procuro. So che si tratta di una sfumatura ma siccome le parole sono azioni e plasmano il mondo e il nostro modo di pensare, ho fatto questa scelta e voelvo condividerla con te.
Avere cura e attenzione: le cose che abbiamo in comune
Entrambe queste qualità hanno tanti aspetti in comune per me ma diffferiscono per un aspetto: mentre l’avere cura presuppone una bidirezionalità (io ho cura di qualcunə che a sua volta è con me in relazione e mi restituisce qualcosa: anche la mancanza di cura è un segnale verso il modo in cui entro in relazione), l’attenzione può essere unidirezionale, è un’intenzione, una disposizione che io pratico ma che può non tornarmi indietro necessariamente.
Inoltre hanno due premesse fondamentali. Non può esserci attenzione senza silenzio. Il silenzio non solo è una forma particolare dell’attenzione (un esempio che mi piace sempre è vedere quanta attenzione silenziosa bambini e bambine portino nei loro giochi, facendo e rifacendo per tempi infiniti, un loro gioco, ne ho parlato anche con Luciana Pellizzato) ma è uno “stare nelle cose” accogliendo il loro mistero, è un creare e dare spazio. Nel momento in cui mi predispongo al silenzio (e quindi all’attenzione a all’ascolto) già sto dando valore a quella relazione, riconoscendola.
E non si può avere cura senza gentilezza, che non sono le buone maniere (utilissime, certamente) ma un modo di predisporsi verso l’altra persona che si può manifestare in tanti modi e ha a che fare anche con l’assertività, ovvero con il riconoscimento dei nostri bisogni. Posso essere gentile anche in situazioni complesse (hai presente quando per avere cura di una tua amica devi trovare un modo per farle capire che il suo compagno è manipolatorio o ha dei comportamenti nei suoi confronti che non sono rispettosi?). Ecco la gentilezza a volte ti pone davanti a situazioni complicate in cui si corrono rischi nelle relazioni. Ma questi rischi si corrono per un unico motivo: si ha cura di quella relazione.
Dare e avere esempi di cura e attenzione
Ma come si impara ad avere cura? E a coltivare l’attenzione? Forse esistono dei corsi specifici che non so, però posso dire che in parte sono qualità che si apprendono attraverso l’esperienza e l’esempio. Avere una psicologa fissa a scuola passa l’esempio che avere cura della propria salute mentale è possibile, riconoscendone l’importanza. Circondarsi di persone attente (ai processi, alle parole, alle persone, ai giochi, alle immagini ecc.) è un modo molto saggio di imparare l’attenzione. Per me la meditazione in gruppo su questo è un esempio importantissimo, ad esempio.
Sono pratiche radicali
Spesso alcune persone mi hano definita una persona che fa scelte radicali: io ne ho sempre percepito un senso un po’ negativo, sprezzante. Nella realtà, crescendo, mi sono accorta che sì, avevano ragione e che no, non era proprio niente male. Avere cura infatti è un gesto generativo: la cura pone le condizioni per prosperare. Genera un effetto a cascata: io ho cura di te che a tua volta avrai altre persona di cui avere cura e via dicendo. Insomma mi sembra un modo radicale di concepire il nostro agire nel mondo.
Per quanto riguarda l’attenzione poi Tara Brach, psicologa e insegnante di meditazione, parla di “accettazione radicale” quando durante la meditazione arriviamo a capire che c’è quello che c’è e non lo combattiamo, non proviamo a trasformarlo ma accettiamo le cose per quello che sono anche se a volte non ci piace. Ecco l’attenzione non ci dà mai garanzia di un risultato, noi la pratichiamo con quello che c’è e anche con quello che siamo in quel momento (ci sono giorni in cui la mia attenzione è bassa perché sono stanca, ho pensieri fitti in testa, posso evitarli? No, accetto che per quel giorno la mia attenzione sarà così. E magari evito di fare lavori di fino, che richiedono troppa concentrazione).
Cura e attenzione evidenziano l’interdipendenza
Se avere cura è una pratica generativa, allora la collego alla solidarietà e alla condivisione: avere cura è mettere in circolo. Possono essere piccoli gesti pratici (hai mai fatto la spesa durante il lockdown per una persona del tuo palazzo che non poteva uscire?) o momenti di vicinanza ripetuti nel tempo (avere cura di una persona cara), ad ogni modo ricevere cura spesso porta ad esercitarla in uno scambio continuo, un vero circolo virtuoso. Avere cura ci fa capire anche di quanto bisogno di cura abbiamo noi stess3 (chi si occupa di te quando hai la febbre alta?): siamo interdipendenti, non siamo isole. Abbiamo bisogno della cura, l’unə dell’altrə. Una cura che è anche attenzione ai nostri bisogni.
Viviamo in una società dove stare male è una colpa, essere pover3 è una colpa, fallire è una colpa: la cura e l’attenzione possono essere un’ antidoto a queste false credenze perché aiutano a capire l’interdipendenza che sta dietro il sistema in cui viviamo, lavoriamo e produciamo. E purtroppo a volte sfruttiamo: non abbiamo cura di noi, dei nostri bisogni e viviamo relazioni senza nessun tipo di attenzione. Ma lo ricordo di nuovo: non siamo sol3.
Avere cura e attenzione non è sempre una gioia
C’è una fortissima ambivalenza che riconosco in queste due qualità: da una parte sono attività generative, gioiose, soddisfacenti. Ma dall’altra possono essere frustranti, angoscianti, faticosissime. Non c’è modo di annullare questi aspetti opposti, a volte il segreto sta nel trovare la giusta misura, nell’equilibrare queste due tensioni. E no, non esistono manuali di istruzioni: ci vuole esperienza e una mente da principiante, curiosa, che guarda le cose come se fosse la prima volta, promuovendo azioni diverse, creative, pensieri laterali.
Avere cura e praticare l’attenzione sono allora due promesse che posso farti già da adesso (le altre le trovi qui). Certi giorni sarà facile, lineare e naturale. Altri dovrò sforzare ogni cellula del corpo per portare avanti queste due intenzioni. Ma questo è il modo che ho trovato per poter essere la professionista che voglio, la persona migliore che posso essere per me e per chi collabora con me. E quindi ti invito a trovare delle qualità solo tue, che possano essere una bussola nel caos rumoroso in cui viviamo, per poter essere ogni giorno al meglio delle tue possibilità.
Qui ti lascio l’intervista che Paola Triaca, con curiosità e pazienza senza fine, mi ha fatto su RipartiAmo.
Io sono Sara Cremaschi e mi occupo di produttività consapevole e diversità cognitiva. Entro nei contesti dove “si è sempre fatto così” e porto altri modi di pensare, decidere, lavorare.
Lo faccio con simulazioni, formazione esperienziale e una cura testarda per tutto ciò che è invisibile ma reale. Sono anche LinkedIn Top Voice.
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