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Cos’è lo schwa e perché lo uso

“Le parole sono azioni”.

Ludwig Wittgenstein

Negli ultimi mesi molte persone mi hanno chiesto cos’è lo schwa, ovvero quel simbolo che uso spesso. In questo articolo ho deciso di spiegare perché ho scelto di adottarlo nella mia comunicazione. E soprattutto come ci sono arrivata.

C’è chi pensa che sia un trend come un altro, io non riesco a “liquidare con tono benaltrista una faccenda che per moltǝ è invece di importanza fondamentale proprio perché ne tocca le identità, il modo in cui noi permettiamo loro di esistere, anche linguisticamente” (queste parole dense sono di Fabrizio Acanfora).

Ovviamente non mi aspetto di convincerti a fare altrettanto (anche se, non lo nascondo, ne sarei felice) e non sono una linguista: mi piaceva tracciare il percorso che mi ha portata a questa scelta condividendo le possibili soluzioni che ho adottato e che, come capirai, non penso saranno mai definitive. Alla fine dell’articolo ho condiviso alcuni link che ho usato per documentarmi: terrò questo articolo aggiornato ogni volta che leggerò qualcosa di interessante sul tema.

Quando la mia lingua non mi rappresentava

Ho iniziato a essere sensibile al tema dell’inclusione lavorando come educatrice: mi sono occupata di disabilità, infanzia, migrazione e questioni di genere. Ogni progetto educativo per me è sempre partito da un bisogno inespresso a volte ma chiarissimo, ovvero la necessità di manifestarsi, mostrarsi ed essere riconosciut3. Lo potevo osservare nel bimbo di due anni che cantava a squarciagola e chiedeva un applauso; nella persona in comunità che in silenzio mi si metteva davanti aspettando un saluto e il quotidiano “Come è andata oggi?”; in chi è migrante e chiede, con parole tutte sue e gesti comunicativi, di poter avere qualche informazione in più per orientarsi in città, una città che non conosce e parla una lingua diversa dalla sua. Manifestarsi ed essere riconosciut3: a questo riconduco tante delle interazioni che sostengo ogni giorno, anche ora che sono un’assistente virtuale. Da cui derivano poi tutte le altre (essere capit3, essere ascoltat3, essere vist3 ecc.).

Non si parlava ancora di binarismo di genere (o meglio se ne parlava ma non pubblicamente come ora) eppure piano piano in molti ambienti si discuteva ancora di sessismo della lingua italiana (nel 1987 Alma Sabatini pubblica Le raccomandazioni per un uso non sessista della ingua italiana). L’uso sovraesteso del maschile plurale iniziava a starmi stretto: avevo la sensazione che limitasse fortemente il grado di informazioni che volevo dare. Se dicevo che alla riunione “erano in molti” mi immaginavo una stanza gremita di uomini. Mentre se dicevo che “c’erano molte persone” nella mia testa era chiaro che ci fosse una massa indistinta di persone maschi, femmine poco importava. In quel plurale maschile, io che sono femmina non mi ci trovavo. Non mi sentivo rappresentata.

L’asterisco e il femminile plurale

Era il 2014 quando approdai all’asterisco: talmente radicata come abitudine che ancora oggi se sono di fretta l’adotto naturalmente (a dimostrazione del fatto che le scelte una volta fatte possono poi diventare abitudini in un battibaleno). Lo scelsi perché mi permetteva di esprimere un genere neutro, né maschile né femminile, anche se aveva il difetto di non poter essere pronunciato. 

Fu quando ricomincia l’università iscrivendomi a Scienze dell’Educazione che ebbi una sorta di reflusso: 90% delle persone iscritte, femmine, eppure ogni testo che parlasse di educazione utilizzava il maschile sovraesteso, anche quando ci si occupava di infanzia (quanti maestri d’asilo conosci?). Decisi di utilizzarlo nella mia tesi e ancora oggi quando parlo con le persone del mio cuore utilizzo il femminile plurale: una specie di vendetta per anni di maschile sovraesteso. Lo utilizzo moltissimo anche per tutte quelle situazioni di gruppo a maggioranza femminile che frequento: nella mia classe di meditazione siamo tutte donne tranne un uomo, quindi parlo di “compagne di meditazione”.

L’incontro con lo schwa, cos’è?

Da un paio di anni ho poi incontrato lo schwa (ə al singolare, 3 al plurale): un suono che in realtà conosciamo bene, usatissimo nell’inglese e presente in tanti dialetti italiani (ci sei mai statə a Napulə?). Si è trattato di amore a prima vista, soprattutto per il portato politico e identitario che questa scelta per me rappresenta: “la convivenza e la rappresentatività di tutte le differenze espresse dalla naturale variabilità di caratteristiche che chiamiamo diversità” (ne parla sempre Fabrizio Acanfora in questo articolo prezioso). L’incontro con persone non binarie è stato fondamentale: l’importanza di trovare un modo per rappresentarsi e dirsi in una lingua che semplicemente non le riconosce mi ha fatto cogliere tutta la portata politica di questa scelta.

Lo schwa, cos’è? Come spiega benissimo Alice Orrù nel suo articolo lo schwa si può pronunciare, possiamo scriverlo e utilizzarlo con delle scorciatoie da tastiera. Ma non si tratta di una scelta totalmente accessibile perché, come ci spiega Orrù, non viene riconosciuto dai lettori di schermo, essendo un carattere speciale non può comparire in un URL e in molte famiglie di web font non esiste. Spesso inoltre per chi ha problemi di leggibilità non è un carattere facilmente distinguibile.

Quindi no, sicuramente non è una soluzione al 100% accessibile ma tra quelle che ho sperimentato, ad ora, mi sembra quella più adatta al tipo di sensibilità che voglio trasmettere.

Vera Gheno definisce lo schwa un esperimento: gli esperimenti nascono sempre da un’idea da dimostrare, hanno diverse fasi, vanno monitorati, anche quelli linguistici. Ci vuole tempo e io ho deciso di prendermelo. Perché credo davvero che usare un linguaggio che rappresenti tutt3 le diversità che sono e incontro sia un valore da rivendicare. Perché in fondo non desideriamo altro che essere, ed essendo, essere riconosciut3.

Link utili per approfondire

Per chi vuole saperne di più e rispondere a chi chiede “Lo schwa, cos’è?, ho raccolto qui alcuni link ad articoli che mi hanno accompagnato in questa riflessione. Terrò questo paragrafo aggiornato ogni volta che leggerò qualcosa di interessante sul tema:

Io sono Sara Cremaschi e mi occupo di produttività consapevole e diversità cognitiva. Entro nei contesti dove “si è sempre fatto così” e porto altri modi di pensare, decidere, lavorare.

Lo faccio con simulazioni, formazione esperienziale e una cura testarda per tutto ciò che è invisibile ma reale. Sono anche LinkedIn Top Voice.

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