Lezione 1
La curiosità come strategia di sopravvivenza
Le persone neurodivergenti sono spesso le prime a sperimentare nuove tecnologie, non per tendenza, ma per sopravvivenza.
Me ne sono accorta presto: se ci sono persone che sono riuscite a scalfire la mia granitica diffidenza verso nuovi tool, processi di lavoro o amatissime routine facendomi cadere nell’impazienza totale, be’, sono proprio tutte neurodivergenti, ognuna a suo modo.
Chi ha un funzionamento cognitivo atipico (penso in particolare a persone autistiche, ADHD o DSA) impara presto che per adattarsi a un mondo progettato su misura per cervelli tutti uguali serve creatività.
Serve inventarsi strade alternative, un modo nuovo e personale per fare ciò che altre persone fanno, e farlo in un modo che sia adatto a come funzioniamo, non viceversa.
Se non ti va di leggere questo articolo, puoi ascoltarlo.
Non sono una lettrice ad alta voce professionista, mi scapperà qualche papera e devo ancora trovare gli strumenti giusti.
Ma sto con quello che c’è. E spero possa esserti utile.
La registrazione dura 14.38 minuti.
Perché proprio l’AI?
C’è il fascino per qualcosa di nuovo che possa generare un aumento della dopamina, il neurotrasmettitore legato alla gratificazione, alla ricompensa e al piacere, tanto importante per le persone ADHD.
C’è anche la serenità di uno strumento che non prevede un’interazione sociale complessa, giudicante, immediata, e che comporta un alto grado di prevedibilità (d’altronde i LLM come ChatGPT, Perplexity, Claude e Gemini si basano proprio su questo: sulla probabilità che una parola compaia dopo un’altra).
E infine, c’è la possibilità di correggere e farsi correggere, senza giudizio. Un’interfaccia neutra, prevedibile (anche se tra diverse sessioni può dare riscontri differenti), che offre la sensazione di uno spazio ordinato in cui muoversi con meno fatica.
Poi c’è un ultimo utilizzo che ho osservato e che mi sembra funzionare davvero bene: rendere divertente, o anche solo più sostenibile, un compito che non ci piace o che non ci viene bene.
Insomma, l’AI può essere vissuta come un’assistente a cui delegare incombenze che ci annoiano, a renderci più semplici processi in cui abbiamo difficoltà e persino a farci percepire come più piacevoli mansioni che, per qualche motivo, non ci piacciono abbastanza.
I rischi (ma poi ci ritorniamo)
Rispetto a una persona vera e propria, l’AI:
– tende a confermare le nostre affermazioni (e questo può essere un problema, oltre a provocare una certa irritazione)
– non interrompe mai l’interazione e genera sempre una risposta (anche quando la risposta è imprecisa o inventata di sana pianta).
Insomma, i rischi sono chiari, ma con consapevolezza e un po’ di preparazione possiamo correrli e ridurli moltissimo. Ci ritorno meglio nella lezione 5.
Lezione 2
La tecnologia come traduttrice di differenze
Osservando il modo in cui le mie persone neurodivergenti utilizzano l’AI ho capito questo: l’intelligenza artificiale può essere molto più di uno strumento produttivo, può diventare un ponte cognitivo.
Un linguaggio comune tra persone con diversi modi di percepire e processare il mondo, e di abitarlo.
Per chi si occupa di risorse umane, benessere e inclusione in azienda, significa poter costruire ambienti dove la tecnologia:
- traduce invece di semplificare
- adatta invece di imporre.
Un’AI che trasforma linguaggi complessi in testi chiari, che supporta la preparazione di conversazioni difficili, che genera istruzioni precise per creare mappe visive per chi ragiona per immagini (esistono poi strumenti di AI che realizzano mappe e contenuti visuali e video ma che non sono LLM), può diventare la chiave per una collaborazione più equa tra cervelli diversi, anche al lavoro.
La tecnologia, qui, non sostituisce l’intelligenza umana: la estende, se monitorata e regolata con buone pratiche sensate e coerenti.
Come una lingua nuova, va imparata insieme.
Anche nella pratica.
Lezione 3
Come l’AI riduce la fatica cognitiva
DSA
Quando gli errori non fanno paura
Per chi vive con dislessia, disortografia o discalculia, scrivere può essere faticoso.
I refusi, le parole invertite, le lettere dimenticate diventano piccoli inciampi quotidiani che minano la fiducia. E spesso possono trasmettere, nelle comunicazioni di lavoro, un senso di sciatteria, disattenzione, incompetenza.
L’AI elimina questo ostacolo: corregge automaticamente gli errori, in modo costante e imparziale. Non reagisce alle distrazioni, non interpreta, si limita ad analizzare e correggere.
Può:
- leggere ad alta voce un file di testo o trascrivere un file audio
- riscrivere testi lunghi in linguaggio semplice per ridurre lo sforzo cognitivo (e quanto ne avremmo bisogno tuttə!)
- sintetizzare documenti complessi.
Per un’organizzazione, agevolare un uso interno dell’AI significa rendere la comunicazione interna più accessibile e la produttività più umana.
Autismo
Comunicare senza ambiguità
Molte persone autistiche trovano difficile muoversi tra le sfumature del linguaggio: ironia, sarcasmo, impliciti sociali e di prossimità.
L’AI può essere configurata per restituire un linguaggio chiaro, letterale, coerente, utile per chi ha bisogno di interazioni prive di ambiguità.
Può anche:
- diventare uno spazio di simulazione controllato per prepararsi a interazioni reali più faticose
- tradurre messaggi in toni e stili diversi, adattandoli ai contesti (ad esempio da “corporate” a “chiaro e diretto”).
Francesco D’Isa, nel suo articolo su The Bunker, riporta che in uno studio della Carnegie Mellon University persone adulte autistiche preferivano interagire con un chatbot GPT-4 piuttosto che con una persona che fingeva di essere un’AI: le risposte schematiche e prive di ambiguità erano percepite come più sicure.
In ambito aziendale, questo si traduce in opportunità: usare l’AI per allenarsi a colloqui, scrivere e-mail o preparare riunioni può ridurre l’ansia sociale e aumentare la chiarezza.
E viceversa, diventa uno strumento di simulazione anche per chi lavora in HR o CHO, per creare selezioni o colloqui meno normotipici e più adatti alla magnifica variabilità dei cervelli che siamo.
ADHD
Dalla confusione all’intenzione
Chi è ADHD non fatica a creare strategie, ma a mantenerle. E l’AI può:
- aiutare a distinguere le priorità tra le cose da fare
- spezzettare compiti complessi in passaggi più sostenibili
- inviare reminder nel momento giusto (piccola nota: per una persona ADHD il tempo spesso si divide in due categorie: ora e non ora. L’urgenza stimola il fare; la non urgenza, spesso, non viene registrata).
Per le aziende, incoraggiare l’uso dell’AI tra persone ADHD significa favorire autonomia e continuità: riduce il rischio di dispersione, migliora la gestione delle scadenze e libera energia creativa che altrimenti verrebbe assorbita dal tentativo di “tenere insieme tutto”.
In pratica, l’AI è uno strumento silenzioso ma efficace: aiuta a tradurre il potenziale individuale in risultati concreti.
Lezione 4
AI e cura quotidiana: gestire, regolare, comunicare
Altre modalità in cui l’AI può essere utilizzata in modo efficace:
- sovraccarico sensoriale: regolare automaticamente luminosità dei device, volume e tono dei suoni, interfacce in base alla sensibilità e al momento
- accessibilità nei team: tradurre un documento scritto o parlato in modalità visive (elenchi, immagini, slide, mappe) che facilitano la comprensione di tuttə. La nostra mente impara soprattutto attraverso le immagini
- riduzione del masking: configurare la comunicazione in modo da adattarla al proprio stile naturale, riducendo la necessità di mascherarsi per aderire a standard sociali.
L’obiettivo, in tutti i casi, non è mai sostituire la relazione, ma renderla più accessibile, meno dispendiosa a livello cognitivo.
E la cosa che mi sembra chiara, ancora di più ora che ho messo per iscritto riflessioni, messaggi e appunti che mi accompagnano da un po’, è che questi utilizzi dell’AI sono sani e funzionali per chiunque.
Non solo per persone neurodivergenti, ma anche per te, per me, per tutte.
Dal modo in cui le persone neurodivergenti utilizzano l’AI possiamo imparare un metodo nuovo, strategico, a cui magari non avevamo mai dato la giusta attenzione.
Lezione 5
Sorvegliare i rischi
L’ho anticipato all’inizio, ma te lo ricordo anche ora: l’AI non è neutrale.
È addestrata su dati che riflettono modelli neuronormativi e, se non vigilata, può rafforzare le stesse disuguaglianze che dovrebbe ridurre. Molti sistemi di AI, se non supervisionati, replicano bias preesistenti nei dati. Non si tratta quindi di sostituire la valutazione umana, ma di usarla per migliorare la qualità delle decisioni e dei nostri processi lavorativi e di pensiero.
Delegare troppo alla tecnologia può creare dipendenza e ridurre la capacità di autoregolazione. E usarla senza consapevolezza dei suoi limiti è un rischio troppo alto da correre.
Per le aziende, la sfida è chiara: usare l’AI non per normalizzare la differenza, ma per amplificarne il valore.
Significa progettare strumenti etici, trasparenti, co-creati con chi vive quotidianamente disabilitazioni ambientali e sociali. Per chi è neurodivergente.
Non per “ottimizzare” la mente, ma per accoglierla, davvero.
E ti consiglio di seguire su LinkedIn Mariella Borghi, che ogni settimana scrive di AI e di come utilizzarla in un modo sano ed efficace.
Lezione 6
La tecnologia che ci prende a cuore
L’uso dell’AI consente a molte persone neurodivergenti di esprimersi in modo autentico, grazie a un’interfaccia che si adatta ai loro ritmi cognitivi.
E la si può usare senza per forza adattarsi, tradirsi, cambiarsi: restando proprio come si è.
Ecco come l’intelligenza artificiale può essere una forma di cura. Non nel senso clinico, ma in quello originario del termine: prendersi a cuore.
L’AI non è stata progettata per accogliere la complessità umana.
Eppure, nelle mani giuste, può diventare un laboratorio di possibilità: un modo per ridurre la fatica, ampliare l’attenzione, creare accessibilità reale.
Non serve un’AI più umana: servono umanə che sappiano usarla con intelligenza e senso critico.
Per la scrittura di questo articolo ho sperimentato l’uso di strumenti di AI come supporto di analisi e sintesi.
Il testo finale è il risultato di un processo iterativo di scrittura, revisione e personalizzazione, interamente umano.
Se vuoi capire meglio cosa vuol dire neurodivergenza, puoi leggere gli articoli del mio blog in cui ne ho parlato.
Scrivo di Diversità cognitiva e Neurodivergenze ogni settimana anche su LinkedIn.
E se vuoi sentirne parlare da persone neurodivergenti, che ogni giorno si impegnano in un lavoro di divulgazione prezioso, ti consiglio:
- di leggere il libro Neurodivergente di Eleonora Marocchini (su Instagram la trovi come @Narraction) o iscriverti alla sua newsletter Scienzolitica
- di iscriverti alla newsletter di Anna Castiglioni, Atipiche
- di seguire Red Fryk Hey, su TikTok la trovi come @autistic_red_fryk_hey.
Io sono Sara Cremaschi e mi occupo di produttività consapevole e diversità cognitiva. Entro nei contesti dove “si è sempre fatto così” e porto altri modi di pensare, decidere, lavorare.
Lo faccio con simulazioni, formazione esperienziale e una cura testarda per tutto ciò che è invisibile ma reale. Sono anche LinkedIn Top Voice.
Scopri come trasformare la diversità in vantaggio competitivo.
