Qualche settimana fa ho pubblicato un test di autovalutazione sulla diversità cognitiva (puoi ancora compilarlo, ma l’analisi riguarda solo le risposte ricevute entro il 19 maggio 2026).
Il mio obiettivo non era fare un esame e nemmeno fare una classifica tra persone preparate e persone impreparate.
Mi interessava osservare una cosa più sottile: quanto siamo capaci di distinguere ciò che sappiamo davvero da ciò che pensiamo di sapere?
Per questo, nel test anonimo, ho chiesto di rispondere a 5 domande a scelta multipla su neurodiversità, neurodivergenza, masking, norma sociale e diagnosi. E dopo ogni domanda ho aggiunto una seconda richiesta: “Quanto sei certə della risposta che hai appena dato?”
La scala andava da 5 a 10:
- 5 = non ho idea, sto rispondendo quasi a caso
- 10 = sono assolutamente certə della mia risposta.
Questa è la scala della certezza: uno strumento semplice che permette di affiancare alla risposta data anche il grado di sicurezza percepita. In questo articolo di LinkedIn ho spiegato meglio come creare un buon test a risposta multipla e come utilizzare questo metodo per valutare l’apprendimento.
Insomma, utilizzare la scala della certezza è un passaggio piccolo, ma cambia molto il tipo di informazione che un test permette di raccogliere.
Perché una cosa è sapere se una persona ha risposto correttamente.
Un’altra è capire quanto era sicura mentre rispondeva.
E, dal punto di vista della valutazione dell’apprendimento, questa differenza è fondamentale.
Se non ti va di leggere questo articolo, puoi ascoltarlo.
Non sono una lettrice ad alta voce professionista, mi scapperà qualche papera e devo ancora trovare gli strumenti giusti.
Ma sto con quello che c’è. E spero possa esserti utile.
La registrazione dura circa 16 minuti.
Quando parliamo di diversità cognitiva, neurodiversità e neurodivergenza, spesso diamo per scontato che il problema sia solo informativo. Come se bastasse “spiegare meglio” una definizione.
Ma non sempre è così.
- A volte le persone non sanno e ne sono consapevoli.
- A volte sanno qualcosa, ma non abbastanza da sentirsi sicure.
- A volte rispondono correttamente, ma per intuizione.
- A volte, invece, sbagliano con molta sicurezza.
Ed è qui che il dato diventa interessante.
Perché un errore fatto con bassa certezza e un errore fatto con alta certezza non raccontano la stessa cosa.
Nel primo caso potremmo avere un vuoto di conoscenza.
Nel secondo potremmo avere un falso sapere: una convinzione già presente, ma poco precisa o parziale.
I falsi saperi sono spesso più difficili da modificare delle mancanze. E per chi si occupa di questi temi, avere un’idea il più possibile precisa del grado di conoscenza di questi termini è fondamentale per progettare interventi educativi e formativi più chiari e accessibili.
Come funzionava il test
Il test era composto da 5 domande a risposta multipla. Ogni domanda aveva una sola risposta corretta.
Subito dopo, veniva chiesto di indicare il grado di certezza della risposta appena data.
Questo mi ha permesso di leggere ogni risposta su due livelli:
- correttezza: la risposta era giusta o sbagliata?
- certezza: la persona quanto si fidava della risposta data?
Da qui ho costruito una lettura metacognitiva del test.
Non ho guardato solo “chi ha fatto bene” e “chi ha fatto male”, ma il rapporto tra risposta e sicurezza.
In modo molto semplice, ho distinto 4 profili metacognitivi:
Questa distinzione, per me, è il cuore del test.
Perché ci porta fuori dalla logica del voto e si accompagna a una domanda più utile: che rapporto abbiamo con quello che sappiamo?
Che cosa è emerso dal test
Il campione raccolto non è rappresentativo della popolazione generale, te lo dico già. Le persone che hanno risposto (132) probabilmente erano già in parte interessate al tema, vicine ai miei contenuti o incuriosite dal linguaggio della diversità cognitiva.
Quindi i dati che ho raccolto non li ho presi come verità assolute ma più come segnali.
E i segnali, per me, sono molto interessanti.
Nel campione:
- il 36% delle persone rientra nel profilo che ho chiamato “esperte”: ha risposto correttamente ad almeno 4 domande su 5 e lo ha fatto con alta certezza
- il 13% ha dato molte risposte corrette, ma con bassa certezza
- il 5% ha risposto poco correttamente, ma con bassa certezza
- solo l’1,5% ha risposto poco correttamente con alta certezza
- quasi il 44,5% è rimasto in un’area intermedia, cioè in un profilo non netto.
Questo ultimo dato è forse il più importante perché rileva una zona ampia in cui molte persone sembrano sapere qualcosa, ma non sempre in modo stabile, distinto o pienamente sicuro.
In altre parole: il tema circola, ma non sempre è consolidato.
Familiarità dichiarata e consapevolezza metacognitiva
Una delle variabili più interessanti era la familiarità dichiarata con il tema.
Avevo chiesto alle persone quanta fmailiarità avessero con neurodiversità, neurodivergenza e diversità cognitiva, indicando un numero su una scala da 1 a 5.
Chi dichiara una familiarità molto alta, livello 5, tende effettivamente a rispondere meglio:
- ha una media di 4,5 risposte corrette su 5
- ha una certezza media di 9 (la scala, te lo ricordo, era da 5 a 10)
- nell’83% dei casi rientra nel profilo “esperte” (risponde correttamente con grado di certezza alt0).
Questo è un dato rassicurante: nel campione, chi dice di conoscere molto il tema tende anche a rispondere bene e con una sicurezza fondata.
Ma il dato più delicato compare nella fascia intermedia, ovvero chi dichiara un livello di familiarità pari a 3.
La conoscenza parziale può essere una zona delicata.
Quando sappiamo pochissimo, spesso siamo più prudenti.
Quando sappiamo molto, spesso siamo più calibrati.
Quando sappiamo qualcosa, ma non abbastanza, può succedere di sentirci più sicurə di quanto i dati confermino.
È una dinamica che nella formazione si vede spesso, è l’effetto Dunning-Kruger. Questo effetto misura la competenza reale in relazione alla sicurezza di sapere.
Un esempio: quando hai studiato poco di un certo argomento, la tua percezione di conoscere quell’argomento schizza in alto (verso il monte della stupidità).
All’aumentare della competenza aumenta anche la consapevolezza della complessità dell’argomento e anche la sicurezza del nostro “non sapere”, socraticamente parlando.
Ecco perché è importante la consapevolezza metacognitiva: la capacità di osservare non solo quello che sappiamo, ma anche quanto possiamo fidarci di quello che pensiamo di sapere.
Che cosa dicono ruolo, ambito e titolo di studio
Le persone che lavorano in ambito HR, people, organizzazione, educazione e formazione mostrano in media maggiore familiarità con il tema. Per esempio, nel gruppo HR/organizzazione/people la media delle risposte corrette è 4,24 su 5, con una quota di profili “esperte” pari al 47,6%.
È un dato plausibile: sono ambiti in cui parole come inclusione, apprendimento, funzionamenti cognitivi, accessibilità e cultura organizzativa sono nominati più spesso. Si tratta quindi di settori in cui si è più espostə a determinati temi.
Un segnale simile emerge anche guardando il titolo di studio in relazione ai profili metacognitivi: anche qui l’area intermedia è ben presente e questo può suggerire che chi ha attraversato percorsi formativi più lunghi abbia avuto più occasioni di incontrare certe parole, distinguerle, usarle, discuterle.
Eppure questo non basta. Avere incontrato più spesso certe parole può aiutare a riconoscerle, ma non significa necessariamente sentirsi sicurə nel distinguerle e usarle.
Dove si sono concentrati gli errori
La domanda sul masking (Il “masking” o mascheramento è una strategia comune per le persone neurodivergenti. Qual è la sua conseguenza principale?) è stata quella più compresa.
Quasi il 94% delle persone ha risposto correttamente e, tra chi ha risposto bene, circa il 72% lo ha fatto con alta certezza.
Questo mi dice che alcuni concetti più esperienziali, legati alla fatica quotidiana e al costo dell’adattamento, risultano più accessibili e comprensibili.
Gli errori, invece, si sono concentrati sui concetti fondativi:
- che cos’è la neurodiversità
- che cosa significa neurodivergenza
- qual è il rapporto tra neurodiversità, neurodivergenza, diagnosi e norma sociale.
E il dato più interessante riguarda il tipo di errore che è stato fatto.
Per esempio, una quota significativa ha definito la neurodiversità come una diagnosi medica.
E molte persone che hanno dato questa risposta lo hanno fatto con un grado di certezza piuttosto alto.
Ora, se una persona non sa che cosa sia la neurodiversità e ne è consapevole, posso partire da una definizione. Ma se una persona è convinta che neurodiversità significhi diagnosi, allora il lavoro è diverso.
Non devo solo aggiungere un’informazione. Devo intervenire su tutto il contesto.
E sì, lo farò nel prossimo articolo. Intanto puoi trovare qualche risposta in questo articolo.
Perché la certezza è importante nella valutazione dell’apprendimento
In formazione, questa distinzione è centrale.
Se una persona sbaglia con bassa certezza, probabilmente ha bisogno di una spiegazione chiara, esempi, tempo, possibilità di fare domande.
Se una persona risponde correttamente con bassa certezza, ha forse bisogno di consolidare ciò che già sa: nominare meglio, allenarsi, vedere casi, ricevere conferme, fare delle prove pratiche.
Se una persona sbaglia con alta certezza, invece, il lavoro da fare è molto più profondo.
E non basta spiegare definizioni e termini: bisogna creare le condizioni per rivedere una convinzione.
Serve mostrare perché quella convinzione è solo una convinzione.
Serve accompagnare un piccolo spostamento di coscienza: da “questa cosa la so già” a “forse la sto guardando da un punto di vista sbagliato”.
È qui che la scala della certezza diventa utile per la valutazione dell’apprendimento, perché misura la relazione tra risposta, sicurezza e consapevolezza metacognitiva.
Che cosa ci dice sul modo in cui parliamo di diversità cognitiva
Secondo me, il test racconta una cosa precisa e che mi ha molto confortata: la diversità cognitiva non è più un tema completamente sconosciuto.
Le parole circolano.
Le persone le incontrano.
Le usano.
Le associano a esperienze, contenuti, contesti di lavoro, percorsi formativi.
Ma il fatto che queste parole circolino, non vuol dire che siano pienamente comprese. Ed esserne consapevoli non è per niente facile: un termine può essere familiare e insieme confuso. Può sembrare chiaro perché lo abbiamo già sentito molte volte. Può anche sembrarci intuitivo perché “suona” coerente con altre parole che conosciamo.
Questo vale soprattutto per parole come neurodiversità e neurodivergenza, che vengono spesso usate come se fossero sinonimi, oppure schiacciate su una cornice solo clinica o diagnostica.
Qui la certezza diventa un dato prezioso.
Perché mi aiuta a vedere dove manca conoscenza, ma soprattutto dove una conoscenza parziale o incompleta si traveste da solida.
Le domande che restano aperte
Questo test mi ha lasciato alcune domande che considero utili per chi si occupa di formazione, inclusione e cultura organizzativa.
Quanto spesso usiamo parole che ci sembrano chiare solo perché le abbiamo già sentite molte volte?
Quanto la familiarità con un tema ci aiuta davvero a comprenderlo, e quanto invece può darci un senso di sicurezza prematuro?
Come possiamo progettare percorsi formativi che non si limitino a trasferire definizioni, ma aiutino le persone a riconoscere le proprie cornici di partenza?
E, soprattutto: come possiamo costruire contesti in cui dire “non lo so” non sia un fallimento, ma un punto di partenza affidabile?
Perché forse, quando parliamo di diversità cognitiva, la questione non è solo imparare parole nuove.
È imparare a usarle con precisione.
E a distinguere, con più onestà, tra sapere, intuire e credere di sapere.
Io sono Sara Cremaschi e mi occupo di produttività consapevole e diversità cognitiva. Entro nei contesti dove “si è sempre fatto così” e porto altri modi di pensare, decidere, lavorare.
Lo faccio con simulazioni, formazione esperienziale e una cura testarda per tutto ciò che è invisibile ma reale. Sono anche LinkedIn Top Voice.
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