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Neurodivergenza, norma e costo di adattamento

Ritratto murale di un uomo anziano su una parete in cemento, accanto a un sentiero di campagna percorso da una persona sotto un cielo nuvoloso.

Nell’articolo scorso ho provato a distinguere due piani che spesso vengono sovrapposti: la neurodiversità come varietà dei cervelli umani e la diagnosi come strumento clinico.

Ma per capire davvero che cosa significa neurodivergenza serve fare un altro passaggio.

Chiederci come funzionano i cervelli non basta. Dobbiamo chiederci anche rispetto a quale norma alcuni funzionamenti vengono considerati divergenti. Chi stabilisce quella norma? In quali contesti? Con quali conseguenze? E quanto costa, ogni giorno, adattarsi a standard che sembrano naturali solo perché li abbiamo interiorizzati?

È da qui che riparto.

Se non ti va di leggere questo articolo, puoi ascoltarlo.

Non sono una lettrice ad alta voce professionista, mi scapperà qualche papera e devo ancora trovare gli strumenti giusti.
Ma sto con quello che c’è. E spero possa esserti utile.
La registrazione dura circa 20 minuti.

Neurodivergenza: quante persone riguarda?

Prima, però, una cornice breve sui dati. Le stime sulla neurodivergenza variano molto, anche perché cambiano i criteri con cui definiamo chi rientra o meno dentro questa parola: diagnosi formali, autoidentificazione, condizioni presenti dal neurosviluppo, condizioni acquisite o temporanee, accesso ai percorsi diagnostici.

Non serve fissare e trovare un numero definitivo, anche se ne ho riportato qualcuno qui. Ci serve però ricordare che non stiamo parlando di una rarità marginale, ma di una parte significativa delle persone che attraversano scuole, team, organizzazioni, processi di selezione, riunioni e spazi di lavoro.

Su questo tornerò in un articolo dedicato ai dati sulla neurodivergenza, intanto però questa precisazione mi sentivo proprio di farla.

Neurodivergenza: una parola sociale, non solo descrittiva

Sul piano sociale e politico abbiamo parlato di neurodivergenza.
Ma allora neurodivergente cosa vuol dire?

“Un cervello neurodivergente è un cervello che diverge”, scrive Kassiane Asasumasu.

Ma diverge da cosa?
Dalla norma.

Di questa distinzione tra neurodiversità e neurodivergenza avevo già scritto anche in questo articolo, ma ora provo a entrare un po’ più nello specifico.

“Neurodivergente” non descrive nel dettaglio come funziona una persona, e come scrive Eleonora Marocchini nel suo Neurodivergente,

“non vuol dire quasi niente”.

Non ci dice in che modo una persona diverge dalla norma, non ci dice se quella persona ha difficoltà di attenzione, ipersensibilità sensoriale, rigidità cognitiva, iperfocus, dislessia, impulsività, fatica sociale, bisogno di routine, ansia, o altro.

Dice una cosa diversa, molto piccola: quel funzionamento diverge dalla norma dominante.


Cosa vuol dire divergere dalla norma

E questa divergenza ha conseguenze concrete.
A scuola. Al lavoro. Nelle relazioni. Nei processi di selezione. Nella gestione del tempo. Nelle comunicazioni scritte. Negli ambienti sensoriali. Nei criteri con cui definiamo cosa è professionale, adeguato, efficace, educato, produttivo.

Sui processi di selezione, per esempio, ho scritto un articolo di LinkedIn, su quanto alcune domande di colloquio richiedano di decodificare aspettative sociali e convenzioni implicite, prima ancora di poter mostrare davvero competenze ed esperienza.

Per questo “neurodivergente” è anche una parola sociale e politica. Nasce all’interno delle comunità online proprio per rilevarsi, per dire che ci siamo anche noi. E si sceglie questo termine ombrello per includere tutti i modi naturalmente possibili di divergenza.

Serve a nominare una posizione rispetto a una norma.
Serve a dire: il problema non sta dentro il mio cervello, sta nel rapporto tra il mio funzionamento e l’ambiente che mi chiede di adattarmi continuamente a una norma tipica in cui non mi riconosco.

Questo non significa che le diagnosi non contino. Contano eccome perché spesso ci rendono più consapevoli di come funzioniamo e ci fanno sentire meno in colpa se alcuni comportamenti non ci corrispondono, mentre siamo cresciutə pensando che dovrebbero corrisponderci. Inoltre le diagnosi ci permettono di accedere a dei diritti (accomodamenti, medicine, prescrizioni).

Ma la parola neurodivergenza non coincide con una cartella clinica. È una parola che tiene insieme funzionamento, contesto, identità, riconoscimento, possibilità di abitare il mondo senza dover mascherare ogni singola differenza rispetto a una norma neurologica e sociale imposta da una classe dominante. Insomma, posso avere una diagnosi ma non riconoscermi come persona neurodivergente. Oppure non avere una diagnosi e riconoscermi come persona neurodivergente.


Siamo tutte persone neurodivergenti?

Questa era una delle domande più scivolose del test che avevo proposto. Se la neurodivergenza è una definizione sociale e politica, significa che potenzialmente siamo tutte persone neurodivergenti?

Potenzialmente sì, perché è una definizione sociale e politica di rivendicazione e dipende dal modo in cui ogni persona si definisce.
Ma qui serve molta attenzione.


Una definizione sociale non cancella le differenze

Dire che essere neurodivergente è una definizione sociale e politica non vuol dire appiattire tutte le esperienze ed eliminare ogni differenza.

Non vuol dire che “siamo tuttə neurodivergenti allo stesso modo”. Perché dentro la categoria “neurodivergente” le differenze non spariscono, anzi: ci sono anche persone con disabilità, si incontrano fatiche più o meno specifiche e barriere che possono incidere in maniera più o meno impattante sulla quotidianità.

Vuol dire riconoscere che la norma non è un dato naturale: è una costruzione sociale, storica, culturale, di derivazione statistica (e qui si apre il tema: chi raccoglie i dati? Come? Su che tipo di popolazione? In quale momento?)

Alcune persone divergono da quella norma in modo più evidente, più costante, più costoso, più disabilitante.
Altre possono sentirsi ai margini di certi standard senza avere una diagnosi o senza riconoscersi stabilmente in una categoria.

La cosa importante è non usare questa apertura, il termine ombrello neurodivergente, per rendere tutto indistinto.

Quando il contesto chiede di sembrare conformi

Una buona domanda allora potrebbe essere: quanto il contesto ti chiede di adattarti per sembrare conforme? Quanto costa, in termini di energia, attenzione, corpo, lucidità, relazione? Quanto sei costrettə a correggerti per risultare accettabile o anche solo per poter accedere a determinati contesti?

È qui che il discorso sulla neurodivergenza smette di essere astratto e diventa molto, molto, concreto. Ma va affrontato con schiettezza e una buona dose di realismo.

Neurodiversità e neurodivergenza: l’ombrello e la posizione

La neurodiversità è l’insieme

La neurodivergenza indica una posizione dentro quell’insieme.

Tuttə partecipiamo alla neurodiversità umana, perché tuttə abbiamo un sistema nervoso, un modo di percepire, elaborare, ricordare, concentrarci, stancarci, decidere, comunicare, diverso.


La neurodivergenza è una posizione dentro quell’insieme

Ma non tuttə viviamo una divergenza significativa rispetto agli standard dominanti.

E non tuttə abbiamo bisogno di rivendicare quella divergenza come parte della nostra identità, della nostra esperienza o della nostra storia.

Se torniamo alla metafora del bosco: il bosco è neurodiverso. Ogni albero fa parte del bosco. Alcuni alberi, però, crescono in modo diverso rispetto a ciò che quel terreno, quella disposizione e quella cura si aspettavano.

E magari possiamo riconoscere la nostra diversità di albero in quel bosco ma possiamo comunque non definirci neurodivergenti.


Normale non significa naturale

E allora ti chiedo: tutto ciò che è normale, quindi aderente a una norma dominante, è naturale?

Molte norme sociali, anche al lavoro, sembrano naturali solo perché le abbiamo interiorizzate.


Le norme sociali che abbiamo imparato a considerare ovvie

Guardare negli occhi mentre si parla. Stare sedutə per ore. Rispondere subito a una mail. Sopportare riunioni lunghe. Passare velocemente da un compito all’altro. Parlare in pubblico senza agitarsi. Gestire bene il rumore e gli odori di un open space. Capire una richiesta anche quando è implicita. Organizzare il lavoro secondo priorità non dette o condivise.

Il modo in cui percepiamo e organizziamo il tempo, per esempio, non è uguale per tuttə: ne ho scritto parlando di time blindness e ADHD.

Tutti questi comportamenti che ti ho elencato sopra spesso vengono trattati come se fossero naturali.

Come scrive Fabrizio Acanfora in L’errore. Storia anomala della normalità,

la normalizzazione è un “processo impercettibile ma pervasivo”.

In realtà tutti questi comportamenti sono convenzioni, richieste sociali e organizzative.


Quando una norma diventa una barriera

Alcune persone li sopportano meglio. Altre fanno una fatica enorme. Altre ancora imparano a farli, ma pagando un costo altissimo. E infine c’è chi invece non può proprio sostenerli questi comportamenti.

Ecco perché distinguere tra “normale” e “naturale” cambia il modo in cui guardiamo la diversità cognitiva.
Se penso che una norma sia naturale, chi non la segue mi sembra sbagliatə.
Se capisco che una norma è costruita, posso iniziare a chiedermi se quella norma sia ancora utile, accessibile, sostenibile, necessaria.

Posso chiedermi se stia aiutando il lavoro o se stia solo chiedendo alle persone di somigliare a un modello che magari non ha più motivo di esistere con quei criteri.

Anche quando diciamo “sii te stessə” al lavoro, spesso dimentichiamo che essere sé stessə richiede condizioni reali di sicurezza. Senza quelle condizioni, la responsabilità viene scaricata sulla singola persona, non sul sistema che dovrebbe renderlo possibile.

È una forma concreta di fiducia radicale:  senza un contesto sicuro, chiedere autenticità rischia di diventare un’altra prestazione da performare.


Neurotipico: una parola utile, ma imperfetta

Quindi abbiamo visto due livelli, il livello biologico della neurodiversità e il livello sociale e politico della neurodivergenza.
Poi c’è il livello clinico delle diagnosi e del termine “neurotipicə”.

Anche qui siamo dentro un equilibrio delicato.


Nominare la norma senza trasformarla in modello ideale

Il termine neurotipico può essere utile. Ci permette di nominare chi non sperimenta una divergenza significativa rispetto agli standard cognitivi dominanti.

Ma resta una parola da usare con attenzione, perché rischia di suggerire l’esistenza di un funzionamento di riferimento, un modello implicito di cervello corretto, adeguato, normale, tipico. E tutto ciò che non rientra in quel modello può essere percepito come deviazione.

“Neurotipico” può aiutarci a nominare una posizione dentro la norma. Ma non dovrebbe diventare un modo per dire che esiste un cervello giusto e poi, attorno, una serie di eccezioni da aggiustare.


Il costo di adattamento

Poi c’è un piano ulteriore. il quarto, quello che riguarda l’operatività. Il come facciamo le cose che dobbiamo o vogliamo fare.
Il costo di adattamento è la fatica cognitiva, emotiva e fisica che una persona sostiene per aderire a una norma che non tiene conto del suo funzionamento.

È un tema vicino anche alla teoria dei 12 cucchiai, che aiuta a rendere più visibile il modo in cui energia, attenzione e fatica si consumano nella vita quotidiana e nel lavoro.


La fatica invisibile di sembrare adeguatə

Nel lavoro può assumere forme molto concrete.
Capire richieste implicite.
Sostenere ambienti sensorialmente difficili.
Restare in call anche quando l’attenzione è finita da tempo.
Fare finta che il multitasking sia sostenibile.
Leggere tra le righe.
Nascondere il bisogno di pause.
Usare strumenti, tempi e processi pensati per un solo modo di funzionare.

Quando queste richieste restano implicite, il costo resta invisibile perché il risultato finale sembra adeguato.
La persona consegna. Partecipa. Risponde. Sorride. Tiene tutto insieme.
Ma quanto energia cognitiva e fisica ha usato per farlo?


Quando il contesto consuma energia cognitiva

E quanta energia avrebbe potuto usare meglio se il contesto fosse stato più chiaro, più accessibile, più esplicito, più rispettoso delle differenze cognitive?

Chiarezza, accessibilità e priorità non sono dettagli: sono condizioni che permettono alle persone di orientarsi, come ho raccontato anche ragionando su intelligenza artificiale e neurodivergenze.

Ecco perché la diversità cognitiva per me è alla base dell’organizzazione produttiva: perché il contesto organizzativo che non tiene a mente e non valorizza queste diversità è un ambiente in cui nessuna persona starà bene e non potrà fare del suo meglio. Il benessere organizzativo passa anche dal riconoscere la diversità dei nostri cervelli.

Gli accomodamenti sono necessari ma non bastano se restano pezze individuali su un’organizzazione che continua a funzionare come prima. La neurodivergenza è una condizione della singola persona ma non riguarda solo la singola persona: riguarda il modo in cui progettiamo selezione, onboarding, comunicazione interna, processi, riunioni e feedback.

Quando chiamiamo “mancanza di disciplina” la difficoltà di stare dentro processi poco chiari, urgenze continue, priorità che cambiano e canali sovrapposti, stiamo trasformando un problema organizzativo in una colpa individuale. Stiamo spostando il focus dal benessere organizzativo alla performance.


Che cosa cambia per me, da ora in poi

Questo test sulla diversità cognitiva, da cui sono nate tutte le riflessioni che trovi in questo articolo, mi ha confermato una cosa: quando parlo di diversità cognitiva devo continuare a distinguere i piani.


Distinguere i piani per usare meglio le parole

Il piano biologico: la varietà dei cervelli umani.
Il piano clinico: le diagnosi, gli strumenti, i diritti, gli accomodamenti.
Il piano sociale: le norme, gli standard, le aspettative.
Il piano identitario e politico: le parole con cui le persone scelgono di nominarsi e rendersi visibili.
Il piano organizzativo: il modo in cui ambienti, processi e comunicazioni possono ridurre o aumentare il costo di adattamento.

Quando questi piani si sovrappongono, la conversazione diventa più confusa.
E quando la conversazione è confusa, anche le pratiche rischiano di esserlo.

Dalle parole alle pratiche organizzative

Parlare bene di diversità cognitiva significa usare le parole con cura.
Forse è da qui che possiamo ripartire, dalla disponibilità a guardare meglio quello che pensiamo di sapere già, senza pretendere di sapere già tutto.

Per continuare ad approfondire

Le parole che usiamo per parlare di neurodivergenza non nascono nel vuoto. Arrivano da comunità, ricerche, pratiche professionali, attivismi, esperienze vissute e tentativi continui di nominare meglio ciò che per molto tempo è stato letto solo come mancanza, deficit o deviazione.

Per questo, se vuoi continuare ad approfondire, ti consiglio di seguire e leggere alcune voci che, da prospettive diverse, stanno contribuendo a rendere questo discorso più preciso.

  • Eleonora Marocchini, per il lavoro sul paradigma della neurodiversità e sulla neurodivergenza.
  • Fabrizio Acanfora, per la riflessione sulla normalità, sull’inclusione e sulla convivenza delle differenze.
  • Beatrice Re, per la ricerca sulle organizzazioni neuro-affermative e sulle pratiche HR.
  • Valentina Piras, per una divulgazione neuropsicologica accessibile e attenta.

In foto: una delle opere di street art di About Ponny (https://www.instagram.com/aboutponny/) ​​lungo gli argini del Senio, del progetto “Il Senio della memoria”

 

 

Io sono Sara Cremaschi e mi occupo di produttività consapevole e diversità cognitiva. Entro nei contesti dove “si è sempre fatto così” e porto altri modi di pensare, decidere, lavorare.

Lo faccio con simulazioni, formazione esperienziale e una cura testarda per tutto ciò che è invisibile ma reale. Sono anche LinkedIn Top Voice.

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