C’è un momento, nel lavoro di ogni persona, in cui serve orientarsi un po’ di più: i temi cambiano, i trend pure, e si ha la sensazione che quello di cui ci occupiamo sia diventato più popolare ma non ancora una conoscenza salda, duratura.
È quello che è successo a me: si parla sempre di più di neurodivergenza, neurodiversità, eppure avevo l’impressione che i concetti non fossero così chiari. Perché neurodiversità e diagnosi vengono spesso nominate insieme, ma non sono la stessa cosa.
Se non ti va di leggere questo articolo, puoi ascoltarlo.
Non sono una lettrice ad alta voce professionista, mi scapperà qualche papera e devo ancora trovare gli strumenti giusti.
Ma sto con quello che c’è. E spero possa esserti utile.
La registrazione dura circa 9 minuti.
Le parole della diversità cognitiva circolano sempre di più. Le leggiamo nei post, nelle newsletter, negli articoli, nei percorsi di formazione, nei discorsi HR, nei libri, nelle conversazioni alla macchinetta del caffè ma… come stiamo usando queste parole? Che senso stiamo dando loro?
E sì, bellissimo che sia un trend, in fondo se ho scelto di occuparmi di questo è perché credo che la diversità cognitiva vada esplorata, debba diventare davvero un tema nel mondo del lavoro. Però ecco un po’ di timore lo sentivo: ora che questi termini sono diventati più comuni, mantengono il senso reale? O forse piano piano, come in un telefono senza fili, stanno diventando parole un po’ svuotate del loro senso?
Perché ho creato un test sulla diversità cognitiva
Per questo ho creato un test sulla diversità cognitiva: non mi interessava il punteggio, quante persone avrebbero dato la risposta giusta. Avevo bisogno di altro: volevo capire quali parole sono ormai familiari, quali concetti sembrano chiari, dove invece le definizioni iniziano a scivolare una sull’altra e a confondersi.
È per questo che nel test ho indagato due aspetti: la risposta e il grado di certezza.
La risposta mi diceva che cosa veniva scelto, quale senso veniva attribuito alla parola. La certezza mi diceva quanto quella scelta sembrava salda, mi faceva capire se era una conoscenza o un semplice tentativo di risposta.
E guardando insieme questi due dati, alcune cose sono diventate più chiare.
La domanda sul masking, per esempio, è stata quella compresa meglio. I concetti più fragili, invece, sono stati quelli fondativi: neurodiversità, neurodivergenza, diagnosi, identità, norma sociale.
Quindi questo articolo nasce da qui: non per dire “la risposta giusta era questa”, ma per spiegare meglio che cosa c’era sotto quelle domande.
Neurodiversità: il bosco, non il singolo albero
Cosa si intende con il termine neurodiversità
La neurodiversità riguarda tutte le persone. È la varietà biologica dei cervelli umani, considerata una caratteristica dell’intera specie.
Non coincide solo con le persone autistiche o ADHD. Nemmeno solo con chi ha una diagnosi. Riguarda l’intera varietà dei sistemi nervosi umani.
Di neurodiversità al lavoro avevo già scritto in un altro articolo, provando a distinguere neurodiversità e neurodivergenza dentro i contesti professionali.
“La neurodiversità umana è quindi, prendendo come base la definizione di biodiversità, la variabilità tra i sistemi nervosi di ogni essere umano, l’insieme delle differenti caratteristiche che costituiscono la neurologia di ciascuna persona sulla terra. In pratica: siamo tutte neurodiverse, siamo tutti neurodiversi, siamo tuttǝ neurodiversǝ”.
Fabrizio Acanfora, La diversità è negli occhi di chi guarda
Un bosco è fatto di alberi diversi: altezze diverse, radici diverse, chiome diverse, tempi di crescita diversi, modi diversi di stare alla luce, al vento, all’acqua, terreni.
Il bosco è neurodiverso perché contiene, naturalmente, la varietà.
Il singolo albero, invece, non è “neurodiverso” da solo. Può essere neurotipico o neurodivergente, ma fa parte di un ecosistema neurodiverso.
Lo stesso vale per noi.
La neurodiversità riguarda tutte le persone
Un gruppo, una classe, un team, una comunità, un’organizzazione possono essere neurodiversi, perché sono composti da molte persone con molti funzionamenti cognitivi differenti.
Una singola persona, invece, non è “una persona neurodiversa” nel senso più preciso del termine. È una singola manifestazione della neurodiversità umana.
Perché se uso “neurodiversità” per indicare solo alcune persone, perdo il cambio di prospettiva più importante: la diversità cognitiva non è l’eccezione da gestire ma la condizione naturale di partenza.
“Il movimento per la neurodiversità si propone di ridefinire caratteristiche e tratti classificati come disturbi mentali e neurologici come forme, invece, valide della diversità umana, presenti in natura”.
Eleonora Marocchini, Neurodivergente
Ogni ambiente di lavoro, ogni aula, ogni gruppo umano contiene già differenze cognitive. La domanda, quindi, non è se ci siano. La domanda è se le stiamo vedendo, comprendendo e sostenendo.
Neurodiversità non significa diagnosi
Nel test, una delle risposte scorrette più interessanti definiva la neurodiversità come una diagnosi medica.
È un errore comprensibile, perché spesso incontriamo la parola neurodiversità dentro discorsi che parlano di ADHD, autismo, DSA, diagnosi, accomodamenti, bisogni specifici, accessibilità, supporti.
Quindi può succedere che il termine venga assorbito dentro una cornice clinica.
Ma neurodiversità non significa diagnosi.
La diagnosi appartiene al piano clinico. Può essere importante, a volte decisiva, per dare nome a un funzionamento, accedere a diritti, ricevere strumenti, ottenere accomodamenti, rileggere la propria storia personale con molto meno senso di colpa.
La neurodiversità, invece, appartiene a un piano più ampio: descrive la variabilità dei cervelli umani.
Il piano biologico e il piano clinico
Questi piani, clinico e biologico, possono dialogare, ma non andrebbero mai sovrapposti.
Possiamo distinguere almeno tre livelli.
- Il primo è biologico: i cervelli umani sono diversi.
- Il secondo è clinico: alcune persone ricevono diagnosi come ADHD, autismo, DSA, disprassia, Tourette, epilessia, depressione, e così via.
- Il terzo è sociale e politico: alcune persone scelgono di definirsi neurodivergenti perché il loro funzionamento diverge dagli standard considerati normali, attesi o desiderabili in un certo contesto.
Quando confondiamo questi livelli, rischiamo di ridurre la neurodiversità a una categoria medica. E ci deresponsabilizziamo rispetto a un cambiamento politico e sociale che possiamo progettare e attuare davvero. Perché la consapevolezza della diversità cognitiva incide sul modo in cui costruiamo ambienti, relazioni, processi, comunicazioni e aspettative attorno a un’idea implicita di cervello standard.
Dalla diagnosi alla norma
Fermarsi qui è già un primo passo.
Perché se la neurodiversità non è una diagnosi, allora non possiamo usarla come se fosse una categoria clinica. E se la diagnosi non coincide con la neurodiversità, allora dobbiamo imparare a distinguere meglio gli strumenti clinici dalle identità, i diritti dalle appartenenze, i funzionamenti dai contesti in cui quei funzionamenti vengono letti.
Ma questa è solo una parte del discorso.
Perché una divergenza non esiste mai nel vuoto.
Esiste sempre rispetto a una norma, a uno standard, a un’aspettativa. Ed è lì che il tema diventa sociale, politico e organizzativo.
Ne parlerò nella seconda parte di questa riflessione, dedicata a neurodivergenza, norma e costo di adattamento, il prossimo mese.
In foto: un bosco e le colline dell’Appennino, la valalta del Sintria e del Senio, viste salendo verso Ca di Malanca. L’ho scelta perché in questo articolo uso proprio il bosco come immagine per parlare di neurodiversità.
Io sono Sara Cremaschi e mi occupo di produttività consapevole e diversità cognitiva. Entro nei contesti dove “si è sempre fatto così” e porto altri modi di pensare, decidere, lavorare.
Lo faccio con simulazioni, formazione esperienziale e una cura testarda per tutto ciò che è invisibile ma reale. Sono anche LinkedIn Top Voice.
Scopri come trasformare la diversità cognitiva in benessere organizzativo.
