La teoria dei cucchiai è una storia, e in questo articolo voglio raccontartela.
Prendi da bere, acqua, tisana calda, o qualcosa di più forte se ti va.
Apri il cassetto delle posate, conta i cucchiai che hai: forse, come me, non arrivi nemmeno a 10.
Prendi tutti i cucchiai che hai e accomodati per bene, copriti se hai un po’ freddo. E tieniti tutti i cucchiai che hai vicini.
Se ti dicessi che alcune persone hanno solo 12 cucchiai per realizzare tutto quello che possono in una giornata?
Se non ti va di leggere questo articolo, puoi ascoltarlo.
Non sono una lettrice ad alta voce professionista, mi scapperà qualche papera e devo ancora trovare gli strumenti giusti.
Ma sto con quello che c’è. E spero possa esserti utile.
Cosa dice la teoria dei 12 cucchiai
La teoria dei cucchiai è stata ideata da Christine Miserandino, scrittrice, blogger, speaker e advocate delle persone che hanno il lupus, una malattia autoimmune. In modo concreto, chiaro e immediato, come tante storie sanno essere, Miserandino racconta come è nata questa teoria.
Sotto ho provato a riassumere questo racconto con le mie parole ma se vuoi sentire la storia per intero, puoi:
- ascoltare il racconto dalla viva voce (in inglese) di Miserandino in questo video
- oppure leggere il racconto direttamente sul suo blog (in inglese e sotto puoi scaricare anche la versione in spagnolo, francese, ebraico)
- se vuoi ascoltarlo in italiano, purtroppo non ho trovato traduzioni complete e ho pensato di leggerlo tradotto per te (non sono una traduttrice professionista ma ho cercato di essere fedele il più possibile). Dura circa 15 minuti ma ne vale la pena.
Come nasce la teoria dei cucchiai
Miserandino e la sua migliore amica sono a cena, e la sua amica, d’un tratto, le chiede cosa si prova a essere malate. Miserandino si guarda attorno, afferra 12 cucchiai: quando sei una persona malata vivi con 12 cucchiai al giorno, non 13 o 15 o infiniti cucchiai, solo 12.
Li prende e li passa all’amica: ora è lei ad avere 12 cucchiai e a essere malata. Le chiede di pensare a ogni azione che fa durante la sua giornata tipo: 1 cucchiaio lo perde per alzarsi dal letto, 1 per fare colazione, 1 per lavarsi e 1 per vestirsi. Non è ancora uscita di casa per andare al lavoro e le restano solo 8 cucchiai.
Vivere con solo 12 cucchiai al giorno vuol dire scegliere, programmare le giornate sapendo che no, non si potrà fare tutto. Vuol dire che ci saranno giorni in cui potremo scegliere di usare qualche cucchiaio destinato al giorno dopo, sapendo che il giorno dopo non avremo 12 cucchiai, ma solo 10 o 9.
Vuol dire vivere tenendo conto delle proprie energie e priorità, pianificando anche azioni molto semplici per poter arrivare alla fine della giornata. Questo è quello che vive una persona con malattia o dolore cronico.
Ed è un’immagine che potrebbe adattarsi anche a te.
“Se non vedo, io non credo”
La teoria dei cucchiai è diventata così famosa che il termine spoonie (dall’inglese spoon, cucchiaio) viene utilizzato per indicare chi soffre di malattie o dolore cronico. Spesso queste malattie non sono visibili e, se non le vediamo, tendiamo a pensare che non esistano (proprio come San Tommaso).
E, come ammette Miserandino, questa teoria funziona per spiegare alle altre persone anche le difficoltà che le persone con disabilità provano e, aggiungo io, vale anche per le persone neurodivergenti (se vuoi capire meglio cosa vuol dire neurodivergenza, puoi ascoltare o leggere questo articolo del mio blog).
“Neurodivergenza”e “disabilità” sono infatti due definizioni sociali: nascono in relazione al contesto e in relazione al contesto determinate condizioni possono acuirsi fino a diventare condizioni che impattano sulla quotidianità.
Se sono una donna e ho appena avuto una figlia, in un mondo pensato per persone che hanno due arti superiori funzionanti, io farò molta fatica: se tengo in braccio mia figlia quasi tutto il giorno, molte azioni saranno faticose, anche solo prendere i mezzi pubblici in sicurezza.
Se sono ipersensibile ai rumori e agli stimoli visivi, attraversare una città potrebbe richiedermi molte energie per non perdermi e rimanere concentrata su dove devo andare.
Se sono dislessica, in una società che comunica ancora tantissimo in maniera scritta (con caratteri tipografici non accessibili e muri di testo), potrei davvero trovarmi disorientata e non capire cosa mi viene richiesto o capirlo dopo tantissimo tempo e numerosi sforzi.
La teoria dei 12 cucchiai al lavoro
Partire dalla consapevolezza
Essere consapevoli dei propri limiti è importante per arrivare a fine giornata. Vorremmo fare tutto, essere sempre persone attente, fare di più e fare meglio ma la verità è che, quasi sicuramente, non potremo farlo. O, se sei una persona fortunata, non potrai farlo tutti i giorni.
Avere coscienza delle nostre energie fisiche e mentali ci aiuta a:
- pianificare meglio la giornata, anche sfruttando il nostro ritmo circadiano
- comunicare meglio con le persone con cui viviamo e lavoriamo: condividere le difficoltà potrebbe farci sentire vulnerabili ma aiuta le relazioni (anche solo lavorative) a svolgersi meglio. “Oggi non riesco a portare a termine questa attività con la giusta attenzione, è un problema se mi ci dedico domani?”, è una frase semplice che potremmo trovare il coraggio di fare a chi lavora insieme a noi perché pone l’accento su una cosa non scontata, la nostra voglia di poter fare bene.
Accettare quello che siamo
Essere un tempo finito e non poter fare tutto non è una bella sensazione. Ma è quello che c’è: questo non vuol dire che deve andarci bene ma che possiamo accettarlo. Essere un tempo finito, avere una risorsa di attenzione finita, avere energie finite ci mette di fronte alla nostra vulnerabilità: possiamo negarla, far finta che non ci sia o combatterla ma ognuna di queste tre modalità potrebbe farci fare ancora più fatica. Accettare la nostra vulnerabilità è un modo bellissimo di avere cura di noi e di guardarci con grande compassione.
- La teoria dei cucchiai, nella sua semplicità, ci invita a essere consapevoli di che misura e forma hanno quei cucchiai per noi e ci impone di scegliere cosa non fare
- e scegliere vuol dire sempre lasciar andare qualcosa, stabilire un ordine di priorità. E se non riusciamo a farlo in autonomia, possiamo anche confrontarci con chi lavora con noi. “Cosa è più importante che faccia per prima cosa?” è una domanda che spesso ci dimentichiamo di fare.
Essere compassionevoli
Spesso rivolgere questa emozione verso di noi diventa difficile e potrebbe essere più facile rivolgerla all’esterno, a una persona fuori da noi. La teoria dei cucchiai nasce proprio per spiegare alle persone sane la condizione di chi vive con malattie o dolori cronici. Ricordarci che le persone con cui viviamo e lavoriamo potrebbero avere pochi cucchiai avanzati per quella giornata potrebbe davvero aiutarci a costruire relazioni sane e generative e a lavorare molto meglio, insieme.
- Possiamo imparare a capire quali sono i segnali che ci indicano che i cucchiai stanno finendo e fermarci. E possiamo anche imparare a capire quando stanno finendo i cucchiai di chi sta insieme a noi
- possiamo anche esplorare attività che ci aiutano a consumare meno cucchiai, rigenerandoci un po’ o anche solo alleviando la pressione. L’attenzione è la nostra risorsa principale, nella vita e nel lavoro, e possiamo imparare a capire come rigenerarla o allenarla. Anche attraverso piccole pause, momenti di gioco, da fare anche insieme.
Che tu possa imparare a capire quanti cucchiai hai
e ad arrivare a fine giornata senza finirli proprio tutti.
Per salutarti, ti lascio qui sotto questo corto di Josh Pickup che esplora la teoria dei cucchiai e la rende visibile:
Io sono Sara Cremaschi e mi occupo di produttività consapevole e diversità cognitiva. Entro nei contesti dove “si è sempre fatto così” e porto altri modi di pensare, decidere, lavorare.
Lo faccio con simulazioni, formazione esperienziale e una cura testarda per tutto ciò che è invisibile ma reale. Sono anche LinkedIn Top Voice.
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