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Eustress e distress: capire la differenza per gestire meglio lo stress

Rami di un albero con foglie che passano dal verde al rosso, illuminate da una luce chiara. Alcune foglie stanno cambiando colore e si preparano a cadere, segno di trasformazione e adattamento naturale.

Prima di ogni webinar, prima di ogni formazione, a me il cuore batte un po’ più forte del solito. I respiri diventano più veloci e il corpo è tonico, agile.
Sono stressata.
Perché ogni incontro, da remoto e dal vivo, mi richiede una fatica un po’ più alta del normale.
Sono stressata, ma non troppo.
Perché nella vita, purtroppo, sono stata stressata sul serio: ho smesso di dormire per mesi, i miei pensieri non erano lucidi ma opachi e fangosi, il mio corpo soffriva enormemente per la stanchezza e la rigidità.
Da allora ho imparato che non tutto lo stress è uguale. E che riconoscerne le sfumature può cambiare molto nel modo in cui viviamo il lavoro e la vita quotidiana.

Se non ti va di leggere questo articolo, puoi ascoltarlo.
Non sono una lettrice ad alta voce professionista, mi scapperà qualche papera e devo ancora trovare gli strumenti giusti.
Ma sto con quello che c’è. E spero possa esserti utile.
La registrazione dura 14.25 minuti.

Cos’è davvero lo stress

Siamo persone abituate a pensare allo stress come a qualcosa di negativo, ma non è sempre così. 
Pensa a tutte le volte in cui hai cambiato lavoro: ci sono cambi fatti per avanzare di carriera, per andarsene da un luogo di lavoro tossico o disfunzionale, per seguire un progetto di vita che ci porta altrove. In ognuno di questi tre casi potresti accorgerti di due cose:

  • di aver provato stress
  • di aver vissuto la situazione in maniera positiva, perché occasione di un cambiamento (una crescita).

Dal punto di vista psicologico, lo stress è la risposta del nostro organismo a qualsiasi cambiamento o stimolo, interno o esterno, che interrompe un equilibrio e ci chiede di adattarci.

Lo spiegava già il medico Hans Selye, pioniere dello studio dello stress, che lo definiva:

la reazione aspecifica dell’organismo a qualunque stimolo capace di evocare meccanismi di adattamento o di riadattamento atti a ristabilire l’omeostasi.

In altre parole: ogni volta che qualcosa ci mette alla prova, il corpo e la mente si attivano per ritrovare equilibrio.

Possiamo immaginarlo così: il nostro corpo e la nostra mente tendono naturalmente a una forma di stabilità. Quando arriva una sfida, un imprevisto o una novità, quell’equilibrio si muove, si inclina. Lo stress è il movimento che ci riporta verso il centro, un tentativo di ristabilire armonia. E cambia, da persona a persona, da ambiente ad ambiente.

Quindi:

  • non esistono situazioni stressanti definibili a priori, perché dipendono dall’individuo e dall’ambiente
  • non esistono situazioni stressanti uguali per tutte e tutti, perché dipende da come ogni persona valuta o vive la situazione.

Eustress e distress: la differenza invisibile

Non tutto lo stress è uguale. Esiste uno stress che ci attiva, ci spinge a imparare, ci sostiene mentre affrontiamo una sfida. E c’è uno stress che invece ci svuota, ci blocca, ci logora.

Il primo si chiama eustress: è lo stress buono, quello che motiva e stimola. Il secondo è il distress: lo stress negativo, quello che ci fa sentire schiacciatə, in trappola.

L’eustress è come un’onda che ti solleva e ti porta al largo. Ti richiede energia, ma ti dà anche forza, spinta.
Il distress, invece, è quella stessa onda che ti trascina sotto, finché non riesci più a prendere fiato.

Il confine tra i due non è sempre netto. La stessa situazione può essere fonte di eustress o di distress, a seconda di come la viviamo, del contesto, del sostegno che abbiamo intorno. È per questo che lo stress non può essere giudicato in sé: dipende da quanto riusciamo a regolarlo e a recuperare. Ad adattarci, insomma.

La fatica che costruisce non logora

C’è una passaggio, nel libro Fidati che c’è tutto di Roberta Zantedeschi, che mi piace molto (e mi sta tanto a cuore, tanto da averci scritto un breve contributo):

Distinguo la fatica dallo sforzo. È faticoso tenere il passo in salita. […] Ma non è sforzo. È scelta. È intenzione. Lo faccio volentieri. Perché mi restituisce gratificazione, senso, soddisfazione. E perché mi aiuta a capire cosa conta per me. Perché la fatica, quando è scelta e non subita, diventa un criterio.

Credo che sia proprio qui la differenza tra eustress e distress. L’eustress è la fatica che allena, quella che scegliamo perché porta senso, crescita, direzione. Il distress è lo sforzo che ci invade, che viviamo come obbligo o imposizione.
Non tutta la fatica è nociva. Alcune forme di fatica ci trasformano, ci fanno scoprire nuove risorse. Lo sforzo, invece, ci prosciuga.

Riconoscere la differenza è un atto di cura verso di noi. E una responsabilità che possiamo prenderci, con fatica (ma anche tanta, tantissima gratificazione).

Al lavoro, ogni contesto fa la differenza

Anche nel lavoro, lo stress può essere amico o nemico. Un team che affronta una sfida con obiettivi chiari, risorse adeguate e fiducia reciproca vive uno stress positivo, che stimola la collaborazione e la creatività. Un team lasciato senza informazioni, in mezzo a scadenze irrealistiche o a riunioni infinite, sperimenta invece un distress che logora, disgrega, prosciuga.

Una riunione con tempi e spazi rispettati, in cui le persone possono parlare e poi tornare al proprio lavoro, genera una tensione buona, focalizzata. Una riunione che si trascina per ore senza direzione, al contrario, disperde attenzione ed energia.

La differenza non sta tanto nella quantità di stress, ma nella qualità del contesto: un ambiente che sostiene e dà senso trasforma la tensione in spinta. Un ambiente che ignora i limiti e i bisogni la trasforma in peso.

Lo stress come messaggio

Lo stress ci parla. Ci mostra dove serve più equilibrio, dove serve più riposo, dove stiamo andando controcorrente. Non possiamo eliminarlo del tutto, ma possiamo imparare ad ascoltarlo e a regolarlo.

Riconoscere l’eustress e distinguere il distress significa imparare a leggere anche i segnali del corpo come indicazioni preziose, non come fallimenti.

Ecco alcune differenze che possono aiutare a riconoscerli.

Eustress

  • Durata: breve, situazionale (una scadenza, una sfida motivante)
  • Recupero: dopo una pausa stai meglio
  • Corpo: attivato, ma elastico, tonico
  • Chiarezza: la concentrazione è viva, focalizzata
  • Relazioni: senti supporto, motivazione, connessione con chi ti circonda


.

Distress

  • Durata: continuo, prolungato anche senza urgenze concrete
  • Recupero: il riposo non basta, lo sforzo drena
  • Corpo: tensione cronica, dolori, respiro corto, stanchezza
  • Chiarezza: perdi lucidità, procrastini, ti blocchi
  • Relazioni: ti senti isolatə, sotto pressione, reattivə

Stress e neurodivergenze

Attenzione però. Lo stress, soprattutto il distress, non si distribuisce in modo equo nella popolazione. Gli studi lo confermano: le persone neurodivergenti sono esposte a livelli di stress significativamente più alti, perché gli ambienti (scolastici, lavorativi e sociali) raramente sono pensati per loro (fonte: Hirvikoski et al., 2009, Biological Psychology; McGillivray & Evert, 2018, Journal of Autism and Developmental Disorders; Nelson & Harwood, 2011, Learning Disabilities Research & Practice).

Il corpo reagisce in modo più intenso. Le ricerche mostrano che le persone neurodivergenti presentano picchi di cortisolo più elevati, pressione più alta e maggiore affaticamento fisico. È una risposta fisiologica a un contesto spesso percepito come ostile o disorganizzato.

Lo stress incide anche sulle relazioni e sulla comunicazione. Quando il sistema nervoso è sovraccarico, diventa più difficile ascoltare, collaborare, mantenere conversazioni fluide e sentirsi parte di un gruppo.

I contesti rigidi aumentano il disagio (alzi la mano chi ha lavorato, almeno una volta nella vita, in un ambiente di lavoro rigido) . Orari inflessibili, ambienti rumorosi, richieste poco chiare o l’obbligo al multitasking amplificano la fatica e riducono le capacità di autoregolazione.

Il supporto sociale è importante, ma non basta. Avere persone comprensive accanto può alleviare il distress, ma se l’ambiente continua a non adattarsi alle reali esigenze, la pressione resta.

Allo stesso tempo, l’eustress può essere funzionale anche per molte persone neurodivergenti. Un certo grado di stimolazione, se calibrato, può favorire concentrazione e motivazione.

Penso, per esempio, a chi è ADHD e trova energia nelle sfide con tempi chiari (possibilmente molto ristretti) e obiettivi concreti, o a chi è autisticə e trae soddisfazione dall’affrontare un compito ben definito, in un ambito che conosce e controlla quasi alla perfezione.

L’eustress può nascere da una scadenza stimolante, da un progetto creativo, da un confronto costruttivo che attiva curiosità e interesse (in questo articolo ad esempio parlo di come l’impazienza possa rendere l’organizzazione più efficace). È la differenza tra sentirsi spintə e sentirsi schiacciatə.

Ascoltare lo stress, rispettare le differenze

Parlare di stress senza parlare di diversità cognitive sarebbe un errore. Ogni cervello reagisce in modo diverso, ogni corpo ha i propri limiti, ogni persona vive la tensione secondo la propria sensibilità e la propria storia. Per questo la convivenza delle differenze (adoro questo termine coniato da Fabrizio Acanfora e di cui parlo già in questo articolo) non può limitarsi a piccoli aggiustamenti individuali: richiede trasformazioni collettive. Servono ambienti, processi e relazioni pensati per accogliere la diversità cognitiva. Anche al lavoro (e in questo articolo provo a dimostrartelo).

Non solo per chi è neurodivergente, ma per tuttə. Perché quando un sistema diventa più adatto a chi fatica, diventa migliore per chiunque.

Il distress, in fondo, è una spia della mancanza di cura. Spesso non dipende solo da ciò che sei, ma da quanto sei forzatə ad adattarti a un ambiente, in risposta a uno stimolo che disorienta.

Lo stress è anche una forma di comunicazione: un linguaggio che ci ricorda che siamo vivi, che stiamo reagendo, che abbiamo bisogno di scegliere il passo giusto per noi. Proprio ora, proprio adesso. E possiamo ascoltarlo, anche al lavoro.

Quindi, lo stress ci parla, sempre.
La domanda è: stiamo ascoltando?

In foto: le foglie rosse autunnali del mio viale sotto casa, un magnifico esempio di distress. L’autunno è un momento in cui molte piante attorno a noi attraversano lo stress: il sole diminuisce, la luce pure. E loro si preparano ad adattarsi a una stagione nuova. Soffrono? Un po’ sì, come qualsiasi cosa che attraversi un cambiamento. Si trasformano per rifiorire.

Io sono Sara Cremaschi e mi occupo di produttività consapevole e diversità cognitiva. Entro nei contesti dove “si è sempre fatto così” e porto altri modi di pensare, decidere, lavorare.

Lo faccio con simulazioni, formazione esperienziale e una cura testarda per tutto ciò che è invisibile ma reale. Sono anche LinkedIn Top Voice.

Scopri come trasformare la diversità in vantaggio competitivo.